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FONTANESI Antonio

Antonio Fontanesi torna in Giappone 150 anni dopo il suo soggiorno: oltre 200 opere dalla GAM, che possiede la più grande collezione di suoi dipinti e disegni, danno vita a una maxi mostra itinerante inaugurata a Kyoto al National Museum of Modern Art per poi spostarsi al Mitsubishi Ichigokan Museum di Tokyo e il Nagoya City Art Museum.
Era il 1876 quando il pittore fu chiamato a insegnare pittura alla prestigiosa scuola Kōbu Bijutsu Gakkō, contribuendo alla nascita della moderna scuola pittorica giapponese grazie al suo metodo d’avanguardia basato sull’osservazione della natura e la pittura dal vero. Ci resterà due anni, fino al 1878. Un soggiorno inaspettato per un artista che parte alla volta del Giappone a quasi sessant’anni (era nato a Reggio Emilia nel 1818) dopo una vita complicata. Un’occasione anche per celebrare il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone e per una rilettura dell’opera di Fontanesi nella pittura europea dell’ 800.

Famiglia modesta, penultimo di sette fratelli, fin da ragazzo è appassionato di pittura. A quattordici anni, si iscrive alla scuola comunale di belle arti di Reggio dove inizia a lavorare nei settori più diversi: come scenografo per il Teatro Comunale, come decoratore per case private, crea progetti per il recupero di edifici pubblici.. ma trova mille ostacoli. Allora, era il 1847, parte alla volta di Torino, vuole partecipare alla prima guerra d’indipendenza, lui mazziniano convinto. Dopo la sconfitta di Custoza, sceglie la Svizzera: si stabilisce a Ginevra, poi va in Francia, in Inghilterra. Sono anni in cui viaggia molto, dalla Liguria al Delfinato, a Lugano, insegnante presso famiglie importanti. Ma sempre con una inquietudine interiore.
Nel 1859 torna a Torino per arruolarsi volontario nella seconda guerra d’indipendenza, chiede apposta un incontro con Cavour che cerca di farlo desistere. Ma Fontanesi è deciso, diventa sottotenente nel 21° Reggimento di Fanteria, viene inviato a Bologna, ma non partecipa ad azioni sul campo.
Dieci anni dopo, nel 1869 ottiene la cattedra di paesaggio alla Reale Accademia Albertina di Torino e Torino diventa la sua città. La giudica «stimolante». Ama i prati di Vanchiglia, le rive del Po, i paesi dei dintorni, Volpiano, Gassino, Buttigliera, dove porta a dipingere i suoi allievi dell’Accademia. Si dedica completamente agli studenti fino al 1876, quando accetta di partire per Tokyo, stipendio di 10 mila lire l’anno. Tornerà a Torino nel 1878, debilitato da quella che all’epoca si chiamava idropisia e dalla cirrosi epatica, aggravatasi proprio in Giappone. Alloggia prima in una casa in via Vanchiglia 12, poi dall’ottobre 1879 affitta dall’Ordine Mauriziano tre camere al quarto piano in via Po 55, dove ora c’è il Museo Accorsi-Ometto. Tre stanze umide e fredde, gabinetto sul balcone, si fa costruire una veranda a sue spese.
Muore in quella casa a 64 anni, il 17 aprile 1882 ed è sepolto al cimitero monumentale, 3° ampliazione, arcate 56.
Ha lasciato i suoi dipinti all’amico Giovanni Camerana, magistrato e poeta, che li donerà al Museo Civico di Torino.

Nell’androne del Museo Accorsi una targa lo ricorda. Torino gli ha dedicato una via ed una piazza, fra Vanchiglia e Vanchiglietta. Più nota per essere la via del misterioso “omicidio di via Fontanesi 20” firmato Diabolich che per l’intitolazione a uno dei più grandi pittori dell’ Ottocento.

Autore: Rosalba Graglia

Fonte: Newsletter Corriere Torino 28 lug 2026