GUGLIELMINETTI Amalia
C’è stato un tempo in cui nascere donna e decidere di scrivere era già un atto di ribellione. Un tempo in cui la parola, usata in un certo modo, poteva risultare dannosa per la propria reputazione, per la salvaguardia della libertà, per l’amore stesso.
Amalia Guglielminetti, nata a Torino il 4 aprile 1881, lo sapeva bene. Eppure, sempre, continuò a scrivere. Scriveva come si ama e come si odia: senza porsi limiti. La sua voce – potente, sensuale, disturbante – sfidò convenzioni, scandalizzò perbenisti, mutò stereotipi. Amalia Guglielminetti non fu mai una donna facile da etichettare, né da amare, ma fu una persona intimamente autentica, emancipata, anticonformista, in continua ricerca di sé. Di certo non perfetta. Ricordarla oggi mi sembra importante, perché abbiamo bisogno di donne coraggiose che scrivano con la febbre, che vivano senza censure, che siano sé stesse fino in fondo. Donne anche da imitare, se serve.
Torino non è soltanto la città natale di Amalia, ma il vero scenario della sua formazione culturale e della sua battaglia per l’emancipazione. Nella città elegante e austera di fine Ottocento, si cela una sottile tensione tra progresso e tradizione, tra crescita industriale e conformismo borghese. Nei versi della Guglielminetti si percepisce la presenza costante della sua città: a volte come alleata, a volte come prigione, comunque sempre testimone del suo coraggio e della sua audacia.
Di fatto, Amalia sente di appartenere a Torino. Anche quando gli scandali cominciano a macchiare la sua reputazione, anche quando le porte delle riviste diventano più strette, anche quando le amicizie si diradano e non sente più la città come un luogo sicuro, lei non desidera mai davvero lasciarla.
Orfana di padre a soli cinque anni, cresce sotto la rigida educazione del nonno paterno, un “vecchio parsimonioso industriale, rigido clericale e severo custode del focolare domestico”. Con lui, insieme alla madre, al fratello e alle due sorelle, è costretta a frequentare istituti religiosi fino al 1897. Un ambiente che lascia profonde cicatrici emotive, ma che, al contempo, ne nutre l’immaginazione e l’istinto ribelle.
Nonostante le contrarietà, Amalia comincia a scrivere versi giovanissima, spesso di nascosto. La letteratura diventa l’antidoto alla solitudine, alla difficoltà di accettare la vita per quella che è, l’arte si sostituisce alla cruda realtà. Il suo primo contributo letterario risale al 1901, quando inizia a pubblicare le sue poesie sul supplemento domenicale della Gazzetta del popolo. Si tratta di versi ancora scolastici, nei quali l’autrice non pare aver ancora maturato un linguaggio espressivo originale. La raccolta Voci di giovinezza, viene diffusa quasi clandestinamente nel 1903, ma già nel 1907, con Le vergini folli, la Guglielminetti riesce a imporsi sulla scena letteraria torinese, suscitando scalpore e ammirazione.
L’influenza degli anni del collegio compare in maniera chiara in questa sua prima raccolta di successo, dove Amalia dà voce a donne leggiadre, apparentemente ingenue, recluse in un mondo ovattato, in un ordito di desideri repressi e drammi d’amore. Nei versi, dal contenuto forte e carnale, l’autrice si fa portatrice dei loro tormenti psicologici, delle sofferenze e delle rinunce causate da una vita in clausura. Amalia non è soltanto narratrice, diventa guida, sorella, confidente, è una presenza leggera eppure importante, pronta a cogliere ogni sfumatura dell’animo femminile. In lei si fondono l’osservatrice lucida e la donna che ancora fatica a piegarsi al suo destino di sottomissione. Attraverso richiami dannunziani e danteschi, fa riferimento alla condizione femminile di asservimento e, in alcune occasioni, inizia a far uso di qualche parola di denuncia nei confronti di un mondo che vede la donna ancora relegata a ruoli subordinati.
In questi anni frequenta i salotti letterari e gli ambienti più dinamici della città, dove si intrecciano le voci della poesia, del giornalismo, del teatro. Il 25 aprile 1908 prende parte al Congresso femminile della cultura, organizzato a Roma da alcuni intellettuali con il compito di definire il nuovo ruolo della donna nella società, ma, nonostante le sue ampie vedute, rimane profondamente infastidita e delusa dal clima che trova all’interno, come testimoniano le sue parole in una lettera a Gozzano il 30 maggio.
Nel 1910, con la raccolta Le seduzioni, Amalia Guglielminetti raggiunge l’apice della sua carriera ed è consacrata da D’Annunzio come “unica poetessa d’Italia”. Tra queste pagine la donna prende pieno possesso della scena: è consapevole, esprime i suoi desideri, a tratti appare spietata. Seduce non per compiacere, ma per affermarsi. L’eros non è solo piacere, ma strumento di potere, terreno di sfida, linguaggio nuovo di una femminilità che si rifiuta di restare in silenzio. I versi, dalla metrica classica perfetta, vibrano di una sensualità tagliente ed ironica, in cui la voce poetica da carezza può trasformarsi in veleno: “Ti darò il mio sorriso che è menzogna, la mia carezza che promette e nega”.
In queste poesie, intime e fortemente psicoanalitiche, la seduttrice non è più vittima o figura passiva, ma regista della propria storia. L’uomo viene messo in guardia, la donna è chiamata a riconoscersi, a non cedere. Tuttavia, dietro questa nuova figura femminile, forte ed affascinante, resta un filo di malinconia, di tristezza anche vissuta. L’amore, anche quando declinato come forma di potere, è comunque terreno di inganni, vulnerabilità e rinuncia.
La sua poesia, così, non racconta storie d’amore nel senso convenzionale, ma esplora il desiderio come tensione vitale, come campo di battaglia interiore, di antitesi e ambiguità. Ogni verso è, di conseguenza, un tentativo di riscrivere il ruolo della donna nella relazione amorosa, un gesto d’indipendenza. Amalia non vuole essere amata per dovere o per compiacimento, ma perché vista e riconosciuta nella sua interezza. Tale esigenza – profondamente moderna – rende la sua opera molto attuale, una lente nitida con cui guardare la complessità del desiderare e dell’essere desiderate. Il suo è un amore che si offre senza cedere, conosce il dolore ma non si lascia sopraffare. Così il femminile delle Seduzioni diventa simbolo di un’identità complessa: ribelle, fragile, ma anche consapevole; sceglie la solitudine non per punizione, ma per preservarsi, lontano dagli archetipi della donna-angelo o della donna-demone. La sua donna – lo ripete spesso – va da sola, si innamora senza legarsi mai fino in fondo, è orgogliosa del suo stato di solitudine. Ha amato e sofferto, senza risparmiarsi, e passa con disinvoltura dal sacro al profano.
La medesima immagine femminile si trova poi nella terza raccolta L’insonne (1913), dove viene descritta un’altra figura femminile errante e lunare, che, con amaro cinismo, si allontana dalle fantasie amorose per constatare il drammatico sentimento di solitudine e di estraniamento che appartiene a ogni essere umano.
In realtà si tratta della caduta delle illusioni adolescenziali, in particolare dell’amore. Un amore idealizzato come unione di misticismo ed erotismo, che avrebbe dovuto, attraverso la fusione con l’altro, elevare verso Dio, ma che si è rivelato, invece, un sentimento illusorio incapace di durare, che riporta alla solitudine tipica ed originaria di ogni essere umano.
La produzione poetica della Guglielminetti riflette una tensione costante tra pulsione e censura, tra autenticità e ruolo sociale. In molte poesie emerge con forza il tema del doppio: la donna che si scinde, che indossa maschere per riuscire a sopravvivere, ma che sotto la superficie conserva intatta la sua natura autentica. È una poetica dell’ambivalenza, della frattura, ma anche della resistenza. Amalia non scrive per appagare un bisogno, ma per rivelare, e se il mondo le chiede di essere una cosa sola – la santa, la strega, la vittima – lei risponde con una molteplicità di sé che provoca ogni definizione.
E poi, come non parlare di Guido Gozzano. Un amore conosciuto nei salotti letterari, mai davvero consumato, una corrispondenza che pare uscita da un romanzo epistolare tra due anime fragili, malinconiche, nevrotiche. Una relazione intensa, caratterizzata da fraintendimenti, riserbi e ammirazione reciproca. Lei lo desidera, lui ne ha paura, fugge. Di fatto il rapporto tra Amalia e Guido è, prima ancora che sentimentale, letterario: si tratta, infatti, di un’affinità elettiva tra due intellettuali, basata su interessi comuni e sul mutuo scambio di favori per promuovere le proprie opere. Gozzano, in realtà, anche a causa di un carattere distaccato e dei suoi problemi di salute, pur stimando la Guglielminetti, ne teme il carattere impetuoso. La considera una creatura appassionata, ma quasi minacciosa perché troppo esuberante. Un amore infelice, a senso unico, eppure reale. E come ogni amore reale, lascia cicatrici: sulla pelle, nel cuore, nei versi. Gozzano influenza profondamente la poetica di Amalia, come si legge nella raccolta L’insonne, dove compare anche la metrica preferita di lui, il distico con rima a chiasmo.
Nel corso degli anni, Amalia Guglielminetti amplifica molto la sua produzione, dedicandosi anche a romanzi, racconti, fiabe e opere teatrali. Il suo sguardo, tuttavia, in ogni genere letterario scelto, rimane riconoscibile: lucido, sensuale, ironico. I personaggi femminili tratteggiati sono inquieti, eccentrici, spesso non allineati rispetto alle aspettative sociali. Amalia è sempre al centro: non solo come autrice, ma come donna che racconta sé stessa attraverso mille sfaccettature.
Nel 1920 pubblica Gli occhi cerchiati d’azzurro e La porta della gioia. Nel 1923 esce il romanzo La rivincita del maschio, che racconta la vita scandalosa e mondana di un aristocratico e delle sue amanti, e si conclude con la morte del protagonista durante un’orgia a base di cocaina. Sempre del 1923 divulga un’altra raccolta di racconti, intitolata Quando avevo un amante. In seguito a questa pubblicazione, la scrittrice viene denunciata per oltraggio al pudore a causa del linguaggio ritenuto osceno. Il processo che ne segue si conclude solo cinque anni dopo, con una incomprensibile e assurda assoluzione per “infermità mentale provvisoria”. Di fatto ci troviamo di fronte non a un’assoluzione vera e propria, ma a una sentenza simbolica: la follia come unica giustificazione possibile per una donna libera. Questo evento ha una grande risonanza e, purtroppo, compromette per sempre la sua carriera. L’opera, più che scandalosa, appare rivoluzionaria: una donna parla senza mezzi termini del proprio desiderio, racconta l’amore senza colpa, senza autocensura.
Nel 1924 Amalia fonda la rivista Le seduzioni, una sorta di salotto letterario tutto al femminile. Nelle pagine del giornale affronta i temi dell’amore, dell’identità, della libertà, parla direttamente alle lettrici con voce autorevole e complice. Torino resta sullo sfondo: meno come luogo fisico, più come ambiente culturale intriso di moralismo e diffidenza verso chi – soprattutto se donna – osa troppo. Eppure è proprio in quella Torino ancora tradizionale e rigida che Amalia prova a scardinare le regole del racconto al femminile.
Per un breve periodo si sposta a Parigi, frequentando le intellettuali francesi più spregiudicate, ma rimane delusa, non trova quello che si aspetta. Dentro di lei rimane un grande senso di inquietudine, come la consapevolezza di non avere un posto veramente suo nel mondo. In verità, ogni tentativo di evasione è anche un ritorno: non tanto geografico, quanto esistenziale. Nessun luogo può essere davvero casa per una donna che considera la propria libertà un atto poetico e politico.
Con il passare degli anni, la scrittura della Guglielminetti diventa più essenziale, più tagliente. I versi si svuotano delle sensualità sfacciate giovanili per lasciare spazio ad una malinconia sottile e meditata.
La voce irriverente muta: non è meno incisiva, solo più intima. Amalia non prova più a stupire o a sedurre. Vuole dire la verità, anche se dolorosa. E lo fa non solo per sé, ma per tutte le donne che, come lei, sono state invitate a tacere.
Gli ultimi anni di vita di Amalia Guglielminetti sono segnati dalla solitudine, da accuse infamanti, da ricoveri coatti e da una progressiva emarginazione. Se la prima fase della sua produzione è guidata da un vitalismo inquieto, con il passare del tempo il suo sguardo si fa più amaro, più disilluso.
Il tempo è visto come un nemico silenzioso, in grado di svuotare la vita di significato. Un nemico che lascia dietro di sé soltanto il rimpianto e la nostalgia di ciò che è stato. Questo sentimento attraversa molte delle sue poesie più mature, nei cui versi l’autrice riflette sul destino della donna e sul suo ruolo in una società che spesso la costringe in schemi limitanti. In questo periodo anche il linguaggio della Guglielminetti diventa più asciutto e nitido. Gli aggettivi, prima abbondanti e ridondanti, si riducono all’essenziale, restituendo al verso maggiore potenza e chiarezza. Tale evoluzione riflette una crescita interiore e una maggiore consapevolezza della realtà, una tensione sempre più palese verso una poesia più esistenziale e moderna.
Nonostante il successo, la figura di Amalia viene progressivamente offuscata da pregiudizi e critiche velenose. Gli anni Trenta la vedono sempre più isolata, complice anche la maldicenza alimentata dall’ex amante Pitigrilli (pseudonimo di Dino Segre) con cui ha avuto una breve e burrascosa relazione e che la considera una portatrice di sfortuna.
Nel 1937, con l’assurda accusa di aver falsificato documenti contro Mussolini, viene di nuovo assolta per infermità mentale e rinchiusa in una casa di cura. La realtà è che Amalia è troppo lucida, troppo libera, troppo moderna per essere compresa dal suo tempo. La società patriarcale e fascista in cui vive non sa dove collocare una donna che parla di sé, del corpo, del desiderio, senza chiedere il permesso.
A guardarli bene, tutti i personaggi di Amalia risultano dei vinti. Così come, in definitiva, si sente lei, ancor prima dei guai giudiziari. Vinta e sola. Quando muore, il 4 dicembre del 1941, a causa di una setticemia seguita ad una caduta avvenuta nel tentativo di raggiungere un rifugio antiaereo, è dimenticata da molti. Amalia ha ormai perso tutto: la fama, la protezione dei salotti, le relazioni. Tuttavia, anche nei periodi peggiori, non rinnega mai sé stessa e continua a scrivere sempre. La sua coerenza, il suo coraggio, la sua scelta di non scendere mai a compromessi fanno di lei una figura ancora attualissima. Il suo grande merito, sempre più riconosciuto, è l’aver aperto un varco: aver dimostrato che una donna può scrivere come soggetto pieno, autonomo, desiderante. Non musa, ma autrice. Non oggetto, ma sguardo.
Oggi le sue parole tornano a risuonare con forza, grazie a nuove riletture critiche e ad un rinnovato interesse per le voci femminili del primo Novecento. I suoi versi vengono studiati nei corsi universitari, riscoperti da editori indipendenti, citati nei progetti di poesia performativa. Amalia, vissuta come un’outsider, torna sotto altre vesti, non per essere “normalizzata”, ma come monito ed eco di un cambiamento culturale ancora in corso. E ci insegna che la poesia, usata in un certo modo, anche oggi può diventare un’arma e che la solitudine, lungi dall’essere sempre una sconfitta, può a volte diventare l’unico luogo in cui si resta sé stessi.
Autore: Rita Brescia
Fonte: www.rivistasavej.it luglio 2026
