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TORINO. Metamagico. L’artista che seppelliva le opere per tornare alle origini. (11ott26)
Che la storia dell’arte contemporanea, come ogni costruzione culturale, sia una costruzione di selezioni e rimozioni, è probabilmente dimostrato da quella costante attività di rilettura e riconsiderazione che oggi si può attribuire al curatore.
Non solo come exhibition maker, ma soprattutto come operatore culturale capace di svolgere in modo inclemente un’operazione di riesame della storia, il curatore incontra sovente artisti rimasti ai margini della narrazione ufficiale, come viventi in traiettorie sotterranee o adombrate. L’occhio del curatore consente quindi di riattraversare il Novecento mediante uno sguardo duplice, dove alla rilettura dei capitoli più importanti e noti si unisce l’attenzione alle più liminali zone d’ombra della storia.
Claudio Costa
In questa prospettiva di rilettura si inserisce Metamagico, la mostra a cura di Marco Scotini presso il PAV – Parco Arte Vivente di Torino dedicata alla figura appartata e radicale di Claudio Costa (Tirana, 1942 – Genova, 1995) e realizzata in collaborazione con C+N Canepaneri e l’Archivio Claudio Costa.
La mostra consente, per la prima volta, di entrare nelle crepe della storia e riconoscere la forza di una delle ricerche più eccentriche dello scorso secolo, operante tra arte, antropologia, ecologia e memoria del vivente.
Se da un lato può essere leggibile una pulsione poverista, intuizione oltretutto motivabile da fortunate coincidenze geografiche, non è però la natura stessa della materia che interessa Costa, quanto piuttosto il suo lato di memoria, ma anche, appunto, di magia o di simbolo. Creta, ossa, cera, ardesia, frammenti vegetali divengono così per l’artista archivi biologici, tracce antropologiche, depositi di una storia che precede l’uomo e continua a sopravvivere nelle sue forme rituali.
La mostra Metamagico al PAV di Torino
Il titolo della mostra, Metamagico, prende origine da un’opera del 1978 e individua il territorio mentale nel quale Costa ha costruito e sviluppato la propria ricerca. La stessa idea di “magico” non è mai da considerarsi evasione dal reale, bensì un altro modo di conoscerlo: la razionalità classificatoria della modernità viene esemplificata in quel recupero del rito, del mito, del gesto dello sciamano e del raccoglitore. Quella stessa cultura arcaica o contadina delle alture liguri diviene una possibilità ancora attiva, una dimensione sotterranea che può riemergere attraverso l’atto creativo. Il suo celebre concetto di “work in regress”, un rovesciamento ironico dell’idea joyciana di divenire, racconta bene questa contrapposizione sostanziale: un’opera che sì si muove, ma si orienta all’indietro, verso il punto originario in cui l’umano incontra la materia, un’immagine che richiama l’Angelus Novus di Benjamin, trascinato nel futuro mentre il suo sguardo resta rivolto alle macerie di ciò che è stato. Una sorta di volontà di rappresentazione dell’origine, che però è sempre immanente al farsi delle cose. Sorge così la pratica del riseppellire, dove reperti immaginari, teche, collezioni impossibili arricchiscono una sorta di museo dell’immaginario nel quale il confine tra documento scientifico e reliquia rituale diventa volutamente instabile.
Il percorso espositivo al PAV – Parco Arte Vivente
La significativa mostra del PAV restituisce con precisione questa ambiguità del significato epistemologico di classificazione, articolandosi in tre nuclei: Antropologia riseppellita, dedicata alla sala realizzata dall’artista per documenta 6 a Kassel nel 1977; Il Museo dell’Uomo; e Il Museo di antropologia attiva di Monteghirfo. Sono luoghi fisici e mentali insieme: archivi che non conservano il passato, ma lo riattivano attraverso una configurazione dell’idea di museo come organismo vivente, un dispositivo capace di interrogare ciò che è stato rimosso.
Nel lavoro di Costa convivono Duchamp, l’Arte Povera, il Concettuale, Fluxus, ma anche l’etnografia, la paleontologia, l’alchimia e la psicanalisi, in un caleidoscopio di suggestioni rituali e magiche che consente un continuo attraversamento di questi territori, senza appartenere completamente ad alcuno di essi.
L’arte di Claudio Costa
Per via di questa posizione liminale ed effettivamente ecologica, la mostra appare oggi particolarmente urgente, nella comune volontà di re-immaginare il rapporto dell’uomo con l’ambiente in un momento di segnali di cambiamento climatico particolarmente critici.
In questo senso, Metamagico è un invito a ripensare il rapporto tra memoria e vivente, tra cultura e materia, tra ciò che crediamo perduto e ciò che continua silenziosamente a operare sotto la superficie. Claudio Costa ci ricorda che ogni cosa possiede un passato nascosto e insegna l’arte di ascoltare mondi sepolti.
Info:
Torino//fino all’11 ottobre 2026
Claudio Costa. Metamagico, a cura di Marco Scotini
PAV- Parco Arte Vivente, Via Giordano Bruno, 31 – Torino
Autore: Alessia Riva
Fonte: www.artribune.com 18 ago 2026
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