FILIPPI Adriana
Adriana Filippi è stata insegnante e pittrice ed è ricordata come una war artist, un’artista di guerra che ebbe la prontezza e l’animo di riprodurre su tele e su fogli, con tecniche pittoriche varie, quello che stava vivendo. Anche sotto i bombardamenti aerei.
Torinese di nascita e di formazione, ottenne il diploma magistrale che le permise di diventare insegnante delle scuole elementari. Siamo di fronte ad una donna, classe 1909, piena di passione e talento artistico, poi affinato all’Accademia della Belle Arti di Firenze.
La sua passione non si esaurì solo nella pittura ma si tramutò anche in impegno civile e letterario: civile perché negli anni della Resistenza seppe prendere posizione, facendosi partigiana, e letterario perché, come vedremo, volle trasmetterci il suo diario, un’opera a oggi inedita. Possiamo ammirare la sua impronta artistica e la sua bravura nella collezione pittorica di 160 opere presenti nel Museo della Resistenza di Boves (Cuneo), teatro della prima strage nazifascista in Italia il 19 settembre 1943.
Adriana dipinse queste opere durante i venti mesi di Resistenza trascorsi a San Giacomo di Boves, in cui ella si trovava, insieme alla madre, Maria Angela Ravera, dopo aver vinto il bando di concorso per insegnanti delle scuole elementari in montagna. Il paese di Boves era allora molto popolata – contava circa mille abitanti – tanto da avere una scuola elementare, una chiesa e due osterie. Nelle opere sono rappresentati molti dei partigiani che combatterono in quel luogo e molte scene di gruppo che ci offrono uno spaccato dello stile di vita semplice e frugale dell’epoca. Ammirando i dipinti si evince facilmente come Boves ebbe un ruolo centrale nella guerra di Resistenza tanto da ricevere dallo Stato due medaglie d’oro: al valor civile nel 1961 ed al valor militare nel 1963.
In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 i militari della IV armata di rientro dalla Francia – sottrattisi all’ingiunzione fascista di giurare fedeltà all’esercito di Salò nonostante la minaccia di morte o di deportazione nei campi di concentramento – molti giovani civili chiamati alle armi trovarono rifugio a San Giacomo e, sotto il comando di Ignazio Vian e Francesco Ravinale, costituirono la prima banda di Boves. In montagna non esisteva una caserma e la gente preferì ospitarli nelle proprie baite e nei fienili piuttosto che denunciarli e consegnarli ai fascisti.
Adriana, abituata agli ambienti cittadini, era innamorata di queste baite montane e non perse occasione per dipingerle in momenti significativi: sia nelle notti di veglia in cui i soldati si riunivano di nascosto ad ascoltare Radio Londra o a pregare sia nei momenti di riposo in cui gli uomini si abbandonavano al sonno. Da questi ritratti non emerge certo la retorica degli eroi di guerra quanto piuttosto il dramma quotidiano di decine di giovani spersi in montagna, lontani dagli affetti, costretti in condizioni di grande privazione e freddo a ingegnarsi per sopravvivere e combattere.
La collezione di quadri ebbe un’enorme risonanza nel dopoguerra. Venne esposta nell’anno 1945 a Cuneo ed a Torino e nel 1946 a Bra ed a Milano. Il Governo italiano la chiese per celebrare a Roma il “Decennale della Resistenza” e fu la prima collezione esposta nel marzo 1956 al Museo della Resistenza di via Tasso a Roma, da poco inaugurato (luogo simbolico perché fu sede della Gestapo dove tutt’ora si possono visitare le celle in cui vennero detenuti donne e uomini e leggere sul muro della cella di rigore i testamenti di chi venne rinchiuso). La mostra ebbe talmente successo che, invece di rimanere aperta per un mese, venne prorogata per oltre un anno e lo stesso Giovanni Gronchi, allora Presidente della Repubblica, volle visitarla telefonando personalmente per prenotare un posto. Da allora la mostra è stata esposta in moltissimi luoghi e occasioni.
Adriana aveva un animo profondamente antifascista: una testimonianza riscontrabile sui registri scolastici. Se la sua collega, che insegnava come lei nel plesso, annotava sui registri la sua ansia sull’essere in grado di formare giovani balilla, le preoccupazioni di Adriana erano ben altre. Riportava infatti l’estrema povertà delle famiglie dei bambini, l’impossibilità per molti di loro di far fronte alla spesa per libri e cancelleria e la sua “campagna” presso le famiglie affinché mandassero i bimbi a scuola (“Motivi delle assenze, vari: malattia, timori, lavori di campagna”) e come contribuì direttamente all’acquisto di materiale scolastico per le famiglie che non potevano permetterselo.
Nel diario riportò poi diversi episodi in cui rischiò la vita come staffetta: oltre a proteggere ed aiutare quotidianamente i partigiani, mettendo a disposizione l’aula scolastica e scrivendo lettere a casa per chi era analfabeta, Adriana consegnò divise naziste, armi, messaggi. E per questa sua attività venne anche ripresa dal Provveditore agli Studi di Cuneo.
Tra le pagine racconta di un episodio avvenuto in un giorno di ottobre del 1943 quando videro arrivare a San Giacomo lo zio del Comandante partigiano Franco, proprietario di un albergo in Cuneo occupato dai nazisti. Aveva con sé due divise, prese in consegna da soldati nazisti affinché venissero lavate mentre i due tedeschi erano in Germania per alcuni giorni di licenza premio. Lo zio portò le divise al nipote sapendo che lui e il Comandante Ignazio Vian le avrebbero indossate, fingendosi tedeschi, per ottenere nelle caserme quantità di armi, cibo e vestiario, passando inosservati. Così infatti fecero. Trascorsi i due giorni però un altro gruppo partigiano fece un attentato dinamitardo alla caserma dei Carabinieri di Cuneo, la città venne circondata di posti di blocco ed i soldati tedeschi furono subito richiamati. Le divise andavano riconsegnate in serata. Chi poteva entrare in una Cuneo assediata? Adriana da tempo aveva ricevuto l’ordine dal Provveditore agli Studi di presentarsi a colloquio e lo aveva ignorato; non aveva nemmeno la divisa fascista, obbligatoria per le insegnanti, che lei lasciava in deposito presso le suore giuseppine di Cuneo. Decise che quello sarebbe stato il giorno giusto per andare a parlargli. Prese le divise pulite e, in bicicletta, arrivò a Cuneo.
La sua passione civile la dimostrò anche al termine della guerra, quando decise di non vendere i singoli quadri (ci sono oltre 50 ritratti di partigiani, i quali avrebbero voluto volentieri comprarli), perché considerava la collezione un corpus unicum da tramandare.
Adriana ci lascia inoltre un diario di più di 900 pagine. Un documento che è una vera e propria epopea, nel quale ricorda per nome, cognome e nominativo di battaglia, circa 300 persone. Un’autobiografia in cui racconta l’esperienza resistenziale con uno stile narrativo semplice e diretto, ricco di particolari che fanno calare il lettore esattamente nel contesto in cui si svolgono i fatti. Nel diario sono riportati anche racconti, fatti a lei da altre persone, che tracciano un potente ritratto collettivo della lotta partigiana in montagna e della solidarietà quotidianamente praticata. Tutti i personaggi, principali e secondari, concorrono a dare un quadro autentico della società dell’epoca.
Adriana scrive come disegna: non trascura nulla, annota ogni sfumatura significativa del contesto, della voce e dell’umore delle persone citate. Dentro queste storie c’è un mondo da scoprire, un intreccio di relazioni che la guerra ha interrotto, complicato, negato, fatto fraintendere.
Spesso le mogli e i figli dei combattenti riferiscono che non amavano raccontare quanto vissuto nel periodo di guerra, non ne volevano più sentire parlare e, quando si trovavano fra di loro per le grandi occasioni del 25 aprile e del 19 settembre, si chiudevano in stanze a cui era fatto divieto di accesso ai non partigiani.
Quando le reazioni dei militari nei teatri di guerra si iniziarono a studiare, molti anni dopo, alcuni di questi atteggiamenti di evasione furono considerati segnali per la diagnosi del “disturbo post-traumatico da stress” (termine coniato solo nel 1980). Eludere pensieri, sensazioni o ricordi associati all’evento ed evitare attività, luoghi, conversazioni o persone che innescano la memoria legata al trauma subito sono tratti ricorrenti di una fase psicologica denominata “rimozione”.
Oggi che i testimoni diretti un po’ alla volta stanno scomparendo, le testimonianze ed i diari, spesso mai pubblicati, assumono un valore ancora maggiore. Ci troviamo nella necessità di sopperire alla mancanza di testimonianza orale diretta e possiamo farlo soltanto attraverso una narrazione orale diversa, non più fatta solo di date e battaglie. Adriana Filippi ci offre questa grande opportunità attraverso i suoi quadri ed il suo diario.
Il diario, ad esempio, ci riporta l’ultima notte di “Venezia”, un soldato evidentemente di origini venete, ferito a morte nella notte del 31 dicembre 1943, o di William, soldato colpito in combattimento, che aveva chiesto ad Adriana di comprargli una bambolina da inviare alla sorellina appena nata in Inghilterra… Una bambola che mai arrivò alla famiglia, nonostante alcune ricerche fatte negli anni Cinquanta per trovare i parenti del soldato. Sarebbe bello ritrovare le famiglie di questi due combattenti, far sapere loro che c’è un quadro che li ritrae e che ogni volta che facciamo visitare la mostra si racconta delle loro giovani vite sacrificate. Queste riflessioni ci insegnano che oggi, in un mondo in cui tutto è informatizzato e digitalizzato, abbiamo ancora tanto da scoprire, tante storie da raccontare.
A Boves ogni anno giungono centinaia di persone in visita (scolaresche, viaggi organizzati, famiglie di partigiani, ecc.) ma i bambini e i ragazzi del paese hanno una fortuna in più: le insegnanti, guidate dall’ANPI, possono far fare ai propri alunni veri e propri laboratori esperienziali attraverso la mostra dei quadri di Adriana. Tantissime le iniziative – digitali, teatrali, fotografiche, artistiche – che promuovono anche tra i più piccoli una cultura di pace, uguaglianza, rispetto del pluralismo e delle diversità imparando da un periodo storico drammatico ed ancora ben vivo nella borgata, nelle valli cuneesi e non solo. La storia non smette di camminare e deve farlo su gambe giovani e forti.
Boves, località del Cuneese situata ai piedi della montagna Bisalta, ebbe una posizione strategica per i partigiani nei lunghi anni di guerra civile grazie alla sua vicinanza a Cuneo ed al confine francese oltre al suo essere al tempo stesso immersa nei boschi e con un facile accesso alle valli montane.
Autore: Enrica Giordano
Fonte: www.rivistasavej.it 17 giugno 2026
