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GRAMSCI Antonio

I primi tempi dell’intellettuale sardo in città nel 1911. Poi il giornalismo, i compagni all’università e la battaglia politica: «Dobbiamo far discutere i giovani».

«Al Real Collegio Carlo Alberto di Torino. Il sottoscritto Antonio Gramsci di Francesco, licenziato nel R. Liceo di Cagliari, desidera essere inscritto fra i concorrenti alle borse di studio offerte da questo istituto per il corso di lettere, e domanda di poter dare gli esami scritti a Cagliari. Dichiara di non godere di nessuna borsa di studi, e di abitare insieme alla propria famiglia a Ghilarza, provincia di Cagliari. 28 Giugno 1911».
I voti sono incoraggianti, la possibilità di continuare gli studi in un grande città è unica, il concorso prevede posti «per gli studenti delle antiche Provincie del Regno sardo» ed una borsa di studio. Il 7 luglio 1911 lo studente Antonio Gramsci scrive a Luigi Aceto, all’epoca segretario del prestigioso istituto torinese.
«Volendomi presentare al concorso per le borse di studio le mando tutti i documenti richiesti; solamente non posso ancora spedire il certificato di nascita di mio padre, che è nato a Gaeta e vi manca da quasi 30 anni, e per quanto abbia sollecitato non l’ha potuto ancora ottenere. Non credo — si legge nell’edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci — che ciò possa arrecarmi qualche pregiudizio, ma in ogni modo desidererei, se è possibile, sapere se potrò presentarmi o no al concorso».
Comunque poi il certificato arriva, Antonio parte per Torino. Ha vent’anni e nel cuore — scrive Laurana Lajolo — «le idee socialiste conosciute da un professore del liceo di Cagliari».

La città in cui giunge è piena di contrasti. Festeggia i cinquant’anni dell’unità d’Italia ma è anche inospitale, e tratti ostile; vi ferve una nuova attività manifatturiera, ma i suoi lavoratori sono scontenti, manifestano per diritti negati. Viverci con la sola borsa di studio è un’impresa. Antonio scrive a casa a novembre: «Ora queste 70 lire sono assolutamente insufficienti e lo proverò con dati di fatto: per quanto abbia girato non ho potuto trovare una camera per meno di 25 lire come quella dove sto: ora da 70 tolgo 25 e rimangono 45 lire, mangiare, pensare alla biancheria, alla luce per la stanza, alla carta, penne, inchiostro, che sembra poco e pure bisogna pagarlo con 40 lire. Per […] pranzare non meno di 2 lire alla più modesta trattoria, come era quella dove fino a pochi giorni fa mangiavo, e dove mi davano un piattino di maccheroni per 60 cent e una bistecca sottile come una foglia per altrettanto, sì che dovevo mangiarmi 6 o 7 panini e avevo fame come prima […] e devo stare dalle 7 di sera a casa perché fuori c’è la nebbia e un freddo cane; e io non ho nemmeno da coprirmi».
La prima cameretta in Corso Firenze 57, poi via San Massimo 33 e infine nella stessa via al numero 15, presso la famiglia Berra, casa che aveva un secondo ingresso in piazza Carlina. Anni segnati dalle difficoltà che Antonio incontra, sia come provinciale trapiantato in città, sia per la miseria terribile in cui si trova.
Scrive alla madre: «Provo una specie di ribrezzo a fare delle camminate, dopo che ho corso il rischio di andare sotto a non so quante automobili e trams». Eppure è in questi anni a Torino che si fa strada il seme dell’odio per l’indifferenza. È qui che matura un’idea della rivoluzione come processo di formazione della coscienza e della cultura da parte della classe operaia.
L’isolamento iniziale finisce. Con i suoi compagni di università, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti frequenta gli ambienti socialisti torinesi, si iscrive al Partito Socialista. Scriverà ne La città futura: «La propaganda socialista desta subito il sentimento vivo del non essere solo individui di una piccola cerchia d’interessi immediati (il comune e la famiglia), ma i cittadini di un mondo più vasto, con gli altri cittadini del quale bisogna scambiare idee, speranze, dolori. La cultura ha così no scopo […] perché il socialismo è l’unico ideale che può fare diventare cittadini, nel senso migliore e totale della parola, tutti gli italiani che vivono solo dei loro piccoli interessi personali, uomini nati solo a consumar vivande».
Scopre capacità e amore di scrittura. Collabora con Il Grido del popolo, con l’Avanti!. Con Tasca, Terracini e Togliatti fonda L’Ordine Nuovo con cui dà voce alla battaglia del proletariato italiano. Le lettere da Torino raccontano il cambiamento.
A Giuseppe Radice, nel marzo del ‘18: «A Torino crediamo non basti la predicazione verbale dei principi e delle massime morali che dovranno necessariamente instaurarsi in un avvento della civiltà socialista. Abbiamo cercato di organizzare questa predicazione, di dare esempi nuovi di associazionismo. È così sorto da poco un Club di vita morale.
Con esso ci proponiamo d’abituare i giovani che aderiscono al movimento politico ed economico socialista alla discussione disinteressata dei problemi etici e sociali». La trasformazione è completa.
Dell’impacciato studente sardo non c’è quasi più traccia. Scrive nel maggio 1919, spiegando la nascita di Ordine Nuovo: «Chi eravamo? Chi rappresentavamo? Di quale nuova parola eravamo portatori? Ahimè! L’unico sentimento che ci unisse, in quelle nostre riunioni, era quello suscitato da una vaga passione di una vaga cultura proletaria; volevamo fare fare fare; ci sentivamo angustiati, senza un orientamento, tuffati nell’ardente vita di quei mesi» (centrogramsci.it).
Fare fare fare. La svolta è prossima. Nel ’22 Gramsci lascerà Torino per Mosca, ma prima — nel 1921 — sarà a Livorno, animato dal progetto di un nuovo grande partito a cui affidare il cambiamento e di cui parlare fuori dai confini nazionali, come scriverà al giornalista e capo dei socialisti svizzeri Jules-Frédéric Humbert-Droz il 3 gennaio, in una delle sue ultime lettere da Torino.
«Caro cittadino Humbert-Droz, Per una rivista comunista, il cui primo numero uscirà il 15 gennaio, giorno del nostro congresso nazionale a Livorno, vi preghiamo di inviarci un resoconto dell’ultimo Congresso del partito socialdemocratico svizzero e delle sue conseguenze per il movimento in Svizzera. Con saluti comunisti, Antonio Gramsci».

Autore: Carla Piro Mander

Fonte: www.torino.corriere.it 17 dic 2025