VARAGLIA Goffredo
Cuneese, nato a Busca nel 1507, era figlio di un capitano dell’esercito del duca di Savoia, famiglia importante.
Nel 1528 era entrato nel nuovo ordine dei Frati Cappuccini ed aveva iniziato a predicare in giro per l’Italia, arrivando fino a Roma. Qui era diventato amico di Bernardino Ochino, vicario generale dell’ordine, perseguitato dall’Inquisizione, che nel 1542 fugge dall’Italia per rifugiarsi nella Ginevra di Calvino. Fuga che getta non poche ombre sull’ordine e colpisce anche Varaglia, che viene recluso in convento e deve lasciare i Cappuccini per continuare ad essere prete secolare. E come prete segue il cardinale Carlo Carafa nella sua missione diplomatica in Francia nel maggio 1556 per convincere il re di Francia Enrico II ad allearsi con il pontefice contro Carlo V e Filippo II.
Nel viaggio di ritorno sosta a Lione e Varaglia ne approfitta per riparare a Ginevra, dove aderisce alla Riforma e diventa amico di Calvino, che lo manda come pastore tra i Valdesi delle valli piemontesi.
Varaglia si stabilisce così nel maggio 1557 ad Angrogna San Lorenzo ed inizia la predicazione nelle valli. Prende parte al primo Sinodo dei pastori valdesi a La Combe di Villar Pellice e dopo una pubblica disputa teologica a Busca con il frate Angelo Malerba viene arrestato a Barge dall’Inquisizione, trasferito a Torino e rinchiuso nelle prigioni di Castello. Contro di lui viene istruito un processo dal vicario arcivescovile Andrea de Monte Dei, che lo conosceva personalmente.
I membri della comunità evangelica torinese scrivono a Calvino perché interceda per salvarlo, inutilmente. Varaglia rimane impassibile durante tutto il processo, non si pente e viene condannato a morte per eresia il 7 marzo, sentenza eseguita il 29.
Il luogo era quello abituale per le condanne a morte perchè la leggera pendenza dello storico decumanus maximus (la strada principale della città romana, che sarebbe diventata nel ‘700 via Dora Grossa e poi via Garibaldi) consentiva di seguire l’esecuzione da tutta la piazza.
Si narra che prima di essere impiccato Varaglia abbia parlato alla folla che si era radunata per assistere, rivolgendosi anche al boia “Amico mio, io ti ho di già perdonato, et hora di nuovo ti perdono con tutto il cuore”.
La persecuzione ufficiale dei Valdesi era solo agli inizi e durò secoli, con episodi di inaudita violenza, come la strage del 1561 di Guardia Piemontese in Calabria, dove molti valdesi si erano rifugiati (alla Casa Valdese di Torre Pellice va in scena il 4 luglio alle 21 la rievocazione storica Gli agnelli di Calabria a cura di Alberto Coral).
Soltanto nel 1848 il re Carlo Alberto concesse la libertà di culto.
Goffredo Varaglia viene oggi ricordato nella pavimentazione di piazza Castello davanti a Palazzo Madama quasi davanti a via Garibaldi, con una targa in bronzo collocata proprio tra le lastre di pietra: la targa ricorda Goffredo Varaglia, pastore valdese, “impiccato e arso sul rogo in questa piazza il 29 marzo 1558”.
Autore: Rosalba Graglia
Fonte: Newsletter Corriere Torino 30 giugno 2026
