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VITTORIO AMEDEO III

Il re sabaudo con la corona ma senza targa: Vittorio Amedeo III, il fondatore dell’Accademia delle Scienze, sovrano riformatore e dimenticato.

In una città traboccante di strade intitolate a membri di Casa Savoia, c’è un sovrano che non si è meritato neppure un vicolo o una piazzetta: Vittorio Amedeo III. Un re che era nato 300 anni fa, esattamente il 26 giugno 1726, e che solo adesso, tre secoli dopo, viene riconsiderato come un sovrano riformatore ed aperto alla cultura, dopo essere stato liquidato come “il re sconfitto da Napoleone”.

Vittorio Amedeo III era il figlio secondogenito (il primo erede, stesso nome, era morto bambino) del re di Sardegna Carlo Emanuele III e della sua seconda moglie, la bellissima Polissena d’Assia (morta non ancora trentenne quando il futuro sovrano aveva solo 9 anni).
Una carriera da re la sua: formazione militare, interessi culturali, di buon carattere, generoso, forse un po’ superficiale. Suo padre fece di tutto per tenerlo lontano dalla vita politica e dalle questioni di stato del regno e la vita di corte lo rese poco attento ai cambiamenti del suo tempo. Risultato: appena salito al trono alla morte Carlo Emanuele III nel 1773 prese alcuni provvedimenti non proprio azzeccati. Licenziò il ministro Lascaris ed il conte Bogino (per la cronaca, entrambi hanno una via dedicata, lui no), sostituendoli con personaggi del suo entourage di corte ma di scarsa esperienza come il barone di Chiavarina ed il marchese d’Aigueblanche, tutt’altro che aperti al rinnovamento, il che causò rivolte sia in Piemonte che in Savoia. Ordinò pure una approssimativa riforma dell’esercito e difese sempre i privilegi della nobiltà.
Tutto negativo? No, per fortuna: i suoi interessi culturali gli fecero istituire un primo osservatorio astronomico a Torino, ripristinare le scuole di pittura e scultura e soprattutto fondare nel 1783 l’Accademia delle Scienze, riconoscendo ufficialmente la società di giovani intellettuali costituita nel 1757 da Luigi Lagrange, Giovanni Cigna e Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio.
Obiettivo del re era trasformare questo gruppo di innovatori in un organismo che lo consigliasse e lo affiancasse nel suo intento di modernizzare il regno e di aprirlo ai contatti internazionali. Fu lui inoltre a volere che i membri di Casa Savoia venissero sepolti a Superga (dove è sepolto pure lui), ad ampliare l’Orto Botanico e la Società Agraria che aveva istituito nel 1785. E soprattutto avviò grandi progetti di urbanistica, dal rifacimento del porto di Nizza alla costruzione della strada della Costa Azzurra, al piano di espansione di Torino, dove decise l’illuminazione notturna con lampade ad olio, gran novità per l’epoca, degna di una capitale europea.
E proprio per ricavare uno spazio politico al Piemonte a livello europeo strinse alleanze con la Prussia di Federico II prima e poi con la Francia. Ma eravamo ormai alla vigilia della rivoluzione ed il Piemonte si schierò apertamente con l’aristocrazia di cui stavano cadendo le teste (molti nobili francesi si rifugiarono nello stato sabaudo).
Per contrastare la diffusione delle idee rivoluzionarie anche in Piemonte si alleò con l’Austria e fece marciare l’esercito verso la Savoia e Nizza: ma non servì a nulla. Alla fine nel 1796 arrivarono le truppe di Napoleone che sconfissero i Piemontesi a Millesimo ed a Mondovì ed il re fu costretto a firmare l’armistizio di Cherasco. A condizioni durissime: cessione temporanea delle fortezze di Cuneo, Ceva, Alessandria e Tortona e definitiva della Savoia e di Nizza, Breglio e Tenda, e libero passaggio delle truppe francesi attraverso il regno di Sardegna.
Anni terribili, campagne in rivolta, saccheggi a cui il re rispose inviando l’esercito ed imponendo tasse pesanti. Così in quello stesso funesto 1796, isolato e condannato da tutti, anche dai sostenitori di un tempo, Vittorio Amedeo III morì di ictus a settant’anni nel castello di Moncalieri. Lasciava un regno in totale crisi economica e politica.
Eppure, sino alla rivoluzione francese era stato un sovrano amato dai sudditi, generoso, colto: ma si circondò di ministri incapaci e l’arrivo di Napoleone segnò la fine del suo programma di governo.
E finì ignorato anche dalla toponomastica cittadina.

Autore: Rosalba Graglia

Fonte: Newsletter Corriere Torino 16 giugno 2026