ALBA (Cn). Il mito delle cento torri.
Ancora oggi le torri medievali di Alba continuano a connotare in maniera indelebile il paesaggio urbano cittadino e, nel corso del tempo, molto si è raccontato a proposito delle loro funzioni o del loro numero originario.
La città, fondata dai Romani nel I secolo a.C., era sopravvissuta a stento a quei cinquecento anni di epidemie ed invasioni che corrispondono all’Alto Medioevo. Nonostante tutto ciò, la presenza della diocesi e delle mura di origine romana le avevano consentito di sopravvivere. A partire dal X secolo, grazie anche a fattori climatici, Alba sarebbe risorta, con la graduale costruzione di torri, chiese e diversi altri edifici che le avrebbero consentito di raggiungere l’apice del suo sviluppo, fino alla rovinosa sconfitta di Roccavione del 1275.
Nonostante la sua fioritura, la città non avrebbe mai raggiunto le vette di altri comuni medievali più noti. Alba era accerchiata da città più potenti, come Asti e Genova, e da marchesati ambiziosi come quello del Monferrato o quello di Saluzzo, senza considerare quel coacervo di signori rurali, come i Ceva o i Del Carretto che avrebbero costruito rapporti cangianti con il centro urbano. Qualche secolo dopo, in questo grande gioco a cui presero parte anche i Visconti di Milano e gli Angioini di Francia, si sarebbero inseriti i Savoia, che avrebbero ottenuto la capitale langhetta nel 1630.
Nei secoli bassomedievali, proprio a causa degli ingombranti vicini, Alba dovette esercitare molta diplomazia nei loro confronti. Le torri non erano comunque poche, una trentina, per una città che all’apice del suo sviluppo poteva contare circa 7 mila o 8 mila abitanti. Purtroppo, solamente alcune possono ancora essere ammirate dalla superficie: dalla torre Sineo alla torre Bonino, dalle torri di casa Astesano alla casa-torre Riva, da quella di palazzo Mermet a quella abbassata del palazzo De Magistris o a quella di palazzo Ravinale. Le altre sono note a livello archeologico, grazie ai numerosi scavi che sono stati intrapresi soprattutto negli anni Novanta, ed a livello iconografico, come le tavole ottocentesche di Clemente Rovere.
All’inizio del Trecento, Alba era una città ricca di torri che sfidavano il cielo di Langa, mentre i nobili si contendevano il potere grazie alle armi di ferro e a quelle dialettiche, queste ultime non necessariamente più indulgenti delle prime.
La città ha iniziato a godere di una certa autonomia politica, come diversi altri centri dell’Italia centro-settentrionale, dopo la pace di Costanza del 1183, quando l’imperatore Federico Barbarossa concesse maggiori libertà alle città italiane che avevano sete di autonomia. Anche nel caso di Alba, gli accordi siglati presso la città svizzera sarebbero stati decisivi, sebbene una sua autonomia sia già datata al 28 maggio 1170, quando gli Albenses e gli Astigiani si impegnarono in protezione e aiuto reciproco.
Tra le fonti scritte più importanti che consentono di studiare la storia delle torri medievali di Alba si deve annoverare il cosiddetto “Libro della Catena”: un volume in pergamena, con una legatura in cuoio su tavolette di legno, il cui nome è dovuto alla catena con cui veniva legato al banco sul quale era esposto per la consultazione, al riparo dei portici della cattedrale di San Lorenzo. Esso raccoglie la legislazione medievale di Alba, con alcune integrazioni cinquecentesche. Un’altra fonte di primaria importanza è il catasto cittadino del 1560 che consente di registrare l’evoluzione del centro urbano tra l’autunno del Medioevo e l’inizio dell’età moderna.
Tra le torri albesi, la più alta – 39 metri – è la torre Sineo. Realizzata nel corso del Duecento, è appartenuta a diversi proprietari e mostra una ricercata sequenza di quattro ordini di finestre che da monofore, risalendo alle diverse quote, diventano trifore all’ultimo piano. Il suo attuale nome è dovuto al cognome del proprietario attestato in età napoleonica. Probabilmente, si rivela essere anche una di quelle più fotografate, visto che torreggia in piazza Risorgimento, detta “del duomo” dai locali.
In origine, la torre Sineo non era la più alta: per legge, tale peculiarità spettava alla torre Comunale, la cosiddetta torre Negri. L’edificio, ben noto grazie anche alle fonti iconografiche, sorgeva nell’attuale piazza Risorgimento, poco distante dal palazzo comunale trecentesco, ma fu purtroppo demolito nel 1867 per volere del Comune, al fine di mettere in miglior luce la facciata della cattedrale che, proprio in quegli anni, era in corso di restauro.
Se alcune delle torri si stagliano ancora oggi in superficie e di altre sono state trovate le fondamenta, altre ancora sono state inglobate in edifici successivi. Un esempio è costituito dalla torre dell’importante famiglia dei Falletti, edificata nel 1335 da Oberto Emanuele Falletti che, tra Quattrocento e Cinquecento, sarà restaurata, insieme al palazzo adiacente, dai conti Serralunga. Un esempio ancora più evidente è offerto da palazzo Mermet, una dimora settecentesca che ha inglobato ben due torri medievali.
La traiettoria politica delle torri medievali ha seguito quelle delle famiglie più in vista della città che, nei secoli medievali, si sono contese i poteri tra le mura cittadine. In particolare, anche solo la funzione originaria di questo edificio, assunto a simbolo dell’epoca, rivela la conflittualità perenne che doveva scandire la vita politica albese. E tali scontri si sono riverberati anche sulla storia delle torri, poiché le proprietà immobiliari delle famiglie esiliate venivano saccheggiate o anche danneggiate strutturalmente.
Costruire una torre rappresentava uno sforzo economico e logistico importante e certamente non ordinario. Le risorse economiche che consentirono alle famiglie albesi di costruire edifici di questo tenore provenivano da diverse direzioni. Da una parte, la maggior parte dei personaggi più in vista appartenevano a casate signorili che si erano arricchite grazie al tradizionale possesso della terra. È il caso, per esempio, dei Corradengo, dei de Brayda, dei Morozzo, dei Falletti e dei Marescotto.
Essi commerciavano soprattutto la lana inglese, che acquistavano presso i porti di Savona e Genova e che poi rivendevano localmente, ma anche a Lione o nella Champagne.
Un dato interessante ad ulteriore conferma del numero delle torri che erano presenti ad Alba fra il Duecento e il Trecento è il numero dei cognomi delle diverse famiglie che compaiono nel “Libro della Catena”: una trentina circa, proprio come le torri a oggi note.
Un itinerario medievale alla scoperta delle torri albesi
Dopo aver visitato il duomo (cattedrale di san Lorenzo), con la sua facciata neogotica ottocentesca, volgendo gli occhi verso la sua sinistra, il visitatore distinguerà la torre Bonino, con il caratteristico marcapiano grigio; davanti a lui la torre Sineo, con i suoi 39 metri; in fondo a destra, invece, la torre Astesano e, alla sua destra, più vicino alla cattedrale, potrà provare a immaginare ben tre torri, tra cui la torre Negri e altre due le cui fondamenta sono visibili visitando i percorsi di Alba Sotterranea. Alla sua destra, avrebbe probabilmente visto anche, dal Trecento, il palazzo comunale, oggi restaurato a più riprese. Invece, proseguendo in avanti, vedrà stagliarsi di fronte a lui via Cavour, la via medievale per eccellenza della città. Infatti, se via Maestra (detta magistra al tempo dei cavalieri e degli scudieri) era comunque una strada di origine romana, corrispondente all’antico cardo massimo della città, via Cavour è stata creata ad hoc nel Medioevo.
Sulla sinistra, superata la torre Sineo con l’annesso palazzo, il visitatore può apprezzare il palazzo porticato, detto “loggia dei mercanti”, un edificio di origine medievale che al piano terra ospitava alcune botteghe, e, sulla destra, il palazzo Paruzza, oggi sede centrale della Banca d’Alba, e la torre Astesano, ben riconoscibile per una doppia losanga decorativa sulla sommità.
Svoltando sulla sinistra, il visitatore si ritrova in piazza Publio Elvio Pertinace, lo sfortunato imperatore romano nato nel territorio di Alba, dove non potrà non notare il torreggiante palazzo Marro, di origine medievale, costruito sfruttando le fondamenta del tempio romano del I secolo a.C.
Un itinerario medievale non può prescindere da una passeggiata in via Maestra e dalla visione delle figurine in terracotta di casa Do, che rappresentano scene di musici e danzatrici molto curiose, indicatrici di un Medioevo profano a cui, forse, i frequentatori di musei o chiese medievali non sono molto abituati.
Infine, le chiese: per quanto riguarda il duomo (la cattedrale di San Lorenzo), l’unico elemento autenticamente medievale visibile sulla superficie è il campanile, su cui, in determinate date, è anche possibile salire. Sotto di esso, si aprono i locali del museo diocesano, al cui interno sono visibili numerose testimonianze relative alle fasi medievali della chiesa, emerse durante gli scavi archeologici realizzati tra il 2007 e il 2011.
Infine, lo sguardo non potrà prescindere dalla chiesa trecentesca di San Domenico. Costruita nei primissimi anni di quel secolo, oggigiorno solo la facciata è originale, con il suo magnifico portale realizzato da maestranze genovesi, poiché le navate e l’abside sono stati ricostruiti nel Cinquecento dopo un rovinoso terremoto.
Proprio come nei secoli medievali, le torri sono private e, di conseguenza, non è possibile salire sulla loro sommità per ammirare il paesaggio urbano. Tuttavia, salendo sui campanili della chiesa settecentesca di San Giuseppe o su quello della cattedrale di San Lorenzo, oppure dirigendosi verso la frazione Altavilla o verso Diano d’Alba il visitatore potrà ancora ammirare sotto di sé il centro storico albese, con quella selva turrita.
Autore: Gianmarco Gastone
Immagine di: Livia Siccardi
Fonte:
www.rivistasavej.it 24 giugno 2026
