LEUMANN Napoleone
La pronipote Carla Gütermann ricostruisce la storia dell’imprenditore svizzero che creò il Villaggio Leumann, promosse iniziative sociali all’avanguardia ed aiutò i più deboli lontano dai riflettori.
Carla Gütermann, ma chi è per lei Napoleone Leumann?
«Il mio trisnonno. Sono la sua pronipote in linea diretta, da parte di madre. Era una figura gigantesca ma rimasta a lungo sullo sfondo, anche per me che mi occupo da sempre di editoria. Di lui ho iniziato a interessarmi solo nel 2002, in occasione del centenario della Grande Esposizione Internazionale del 1902 che si tenne al Valentino, con Torino capitale del Liberty. Collegai l’evento al Villaggio Leumann, esempio di Liberty industriale, progettato da Pietro Fenoglio, considerato già all’epoca tra i principali interpreti del liberty torinese. La scelta di Fenoglio, che era un genio, era già un segnale della volontà di cambiamento di Leumann rispetto al passato. Fenoglio lavorava con l’Ingegner Porcheddu che in quegli stessi anni aveva importato il sistema Hennebique contribuendo alla nascita dell’architettura moderna e portando in Italia — anche al Villaggio Leumann — la tecnica del cemento armato, poi diffusa in tutto il mondo. Tra i miei documenti personali c’è una lettera nella quale Fenoglio scrive per l’appunto a Porcheddu, con la richiesta di un incontro «…Il più presto possibile per concedermi definitivamente più lavori dalla Società Gessotermia sia per i prezzi che per le migliori condizioni”». Ma tutte queste cose io le ho scoperte dopo il 2001. Fino ad allora conoscevo il Villaggio e Napoleone solo di sfuggita e per me “Leumann” era semplicemente il cognome di mia madre. Un luogo che faceva parte della mia vita, ma senza che ne cogliessi il significato storico: da bambina per esempio andavo spesso con mia madre a comprare tessuti perché l’azienda era ancora attiva. Poi, nel 2002, decido di capire chi fosse davvero, inizio a studiare documenti, lettere, carteggi familiari. E si apre un mondo».
«Si è accesa una enorme curiosità. Inizio a studiare la storia, i documenti. Scopro che i Leumann avevano partecipato a numerose esposizioni internazionali — Parigi, Torino, Saint Louis — ottenendo riconoscimenti importanti. Recupero i cataloghi originali e trovo riferimenti continui ai loro tessuti. Le famose stoffe “Carolina”, ad esempio, che vinsero più premi. In un catalogo si racconta che il presidente francese Émile Loubet consegnò personalmente la medaglia d’oro a Napoleone Leumann, o che 40 medici igienisti di 17 Paesi stranieri, inviati nel 1928 dalla Società delle Nazioni, segnalarono una sua Istituzione benefica, La Casa del Sole, come modello di riferimento mondiale per la profilassi preventiva della tubercolosi. A quel punto mi chiedo chi fosse davvero quest’uomo che — ovviamente — io non ho conosciuto: è morto nel 1930. E mi chiedo perché fosse quasi dimenticato. Ne sentivo parlare da mio nonno Federico, che lo descriveva come un uomo straordinario ma schivo. Da lì inizio a seguirne le tracce: viaggi, lavoro, iniziative filantropiche e ogni ricerca apre nuove strade.
Che cosa le raccontava suo nonno?
«Mi raccontava episodi, poi diventati la base di una ricerca su di lui che è durata cinque anni: grandi conoscenze di tematiche filosofiche, sociologiche e pedagogiche, che gli avevano permesso di attuare, insieme alla moglie Amalia Cerutti, una politica scolastica all’avanguardia nel Villaggio secondo l’insegnamento del tedesco Froebel. Conosceva sei lingue, dipingeva benissimo ed era un cultore della musica. Era un filantropo dell’industria piemontese, precursore di una “politica sociale”».
Ogni documento aggiungeva un tassello.
«Uno degli episodi riguarda una lettera del 1982 ad un certo signor Bernini. Mio nonno raccontava che, quando vennero offerti a Napoleone (da re Vittorio Emanuele III) cittadinanza italiana, titolo nobiliare e Senato a vita, lui rispose: “Sono e resto svizzero e repubblicano”; quindi, commentò mio nonno con me, sorridendo compiaciuto: “Niente titolo né posto in politica”. Non gli interessavano né gli onori né la politica: si considerava un imprenditore ed un uomo libero, attento agli altri, poco incline ai “lustrini sociali” per dir così. Si è sempre occupato del bene altrui. Ho una lettera, del marzo 1904, al sindaco di Collegno: “Sapendo che questo Comune da molto tempo cercava di dotarsi di acqua potabile salubre per i suoi amministrati, mi permetto di presentare alla S.V. illustrissima un progetto fatto dall’Ing. Guidetti Serra per l’estrazione dell’acqua da uno dei due pozzi di proprietà del Comune, per distribuirla agli abitanti di Collegno. Se il progetto che le presento avrà l’approvazione di questo Consiglio, io sono in grado di far eseguire tutto l’impianto a mie spese per farne libera cessione a beneficio di codesto Comune che spero vorrà accettarlo in omaggio ai buoni propositi che sempre esistettero fra il capoluogo e la sua frazione che porta il mio nome».
L’aspetto che colpisce è il pensiero verso gli altri in un tempo in cui la priorità era ben altro…
«Sì, è il tratto più forte. Non riguarda solo il Villaggio Leumann ma tutta la sua vita. L’azienda rimase alla famiglia per cinque generazioni, fino alla definitiva chiusura nel 2006. La crisi arrivò già nel 1971 con le difficoltà del tessile: un’azienda di 100 anni con uffici in tutto il mondo. Quando non fu possibile ottenere la cassa integrazione, la famiglia scelse di chiudere l’azienda, pagare i fornitori e aiutare i dipendenti a ricollocarsi. È anche per questo che oggi esiste l’Associazione Amici della Scuola Leumann, che custodisce la memoria umana della famiglia».
Un episodio che ricorda?
«Riguarda mio bisnonno Felice. Una collaboratrice, Fausta Riva, aveva un figlio con una grave malattia agli occhi. Mio bisnonno organizzò tutto: auto con autista e viaggio in Svizzera per l’operazione, pagando ogni spesa. Ricordo ancora l’auto partire. Non era un gesto da raccontare, ma il loro modo di intendere la responsabilità verso le persone. Quel figlio è ancora vivo e conserva memoria di quell’aiuto».
Prima citava Arpino…
«Sì. Giovanni Arpino ha vissuto al Villaggio Leumann negli anni Cinquanta. Sua moglie lavorava alla Leumann. Arpino definì Napoleone “uomo dal buon cuore”. Di quel periodo restano una poesia, Borgata Leumann, e il racconto Terracorta, dove confronta il Villaggio con il quartiere vicino».
Cosa c’è in lei del suo trisnonno?
«Le rispondo con un aneddoto su mia madre, scomparsa due anni fa. Tutti la consideravamo “disorganizzata” perché era sempre in movimento. Lo dicevamo spesso, pensi che anche il portinaio lo notava. Al suo funerale, alcune persone sconosciute si avvicinano e mi ringraziano, spiegandomi poi che mia madre aveva aiutato per anni famiglie in difficoltà, pagato cure, sostenuto persone senza che nessuno lo sapesse. Tutto sempre in silenzio, senza mai parlarne. Noi la vedevamo disorganizzata, ma in realtà era il suo modo di essere presente per gli altri. E questa cosa mi è rimasta dentro: esistono persone che fanno molto, ma non lo dicono mai. Era così per Napoleone, per lei, è così anche per me e per mia sorella Cécile. È il tratto dei Leumann».
Autore: Carla Piro Mander
Fonte: Newsletter Corriere Torino 13 ottobre 2026
