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GRINZANE CAVOUR (Cn). La collezione di antichi vitigni sotto il castello di Grinzane.

Il castello

L'area del castello dall'alto
Collezione ampelografica a Grinzane
Punto di forza

Ai piedi del castello di Grinzane, nei terreni che furono parte della proprietà dei Benso di Cavour, un vigneto raccoglie oggi più di 500 varietà di vite, in gran parte vitigni minori e rari, spesso in via di abbandono se non ormai scomparsi dai filari, crùs e vigneti commerciali. È in sostanza un “museo a cielo aperto” delle risorse genetiche attuali e di un tempo.

Vi sono infatti ospitate tutte le varietà di vite dell’Italia Nord-Occidentale, oltre a cultivar nazionali ed internazionali di riferimento. La collezione ampelografica (raccolta di vitigni), con le sue 800 accessioni coltivate su più di un ettaro di superficie, mantiene vivo ed attivo un patrimonio di inestimabile valore biologico, storico e scientifico.
Anche se non è tra le più grandi collezioni di vitigni che esistono (certe comprendono infatti alcune migliaia di accessioni), la collezione di Grinzane è una delle più importanti dell’intera Europa tra quelle orientate alla salvaguardia delle risorse genetiche minacciate di scomparsa.

La collezione nasce nel 1992 quando il Centro Miglioramento Genetico della Vite del C.N.R. di Torino (oggi confluito nell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del C.N.R.), con sostegno finanziario regionale, impianta, in collaborazione con la “Vignaioli Piemontesi” e con l’Azienda agraria di Grinzane condotta dall’Istituto Enologico Umberto I di Alba, un primo vigneto rimasto attivo fino al 2014 in un lotto di terreno adiacente al vigneto attuale. La collaborazione con il Consorzio della “Bottiglia Albeisa” è stata recentemente fondamentale per il supporto economico al mantenimento della collezione stessa. I terreni del fondo dei vigneti sono di pertinenza degli Enti comunali proprietari del Castello di Grinzane Cavour.
Nasce così una sinergia tra il pubblico e il privato al servizio di un recupero del passato agricolo in via di estinzione volto e finalizzato a proposte di studio per un futuro vitivinicolo.
L’intento era di mettere a dimora e conservare vitigni “antichi”, ormai dimenticati ed in via di scomparsa che il Centro del C.N.R. aveva raccolto negli anni, soprattutto nei vigneti marginali del Piemonte, grazie alle segnalazioni di viticoltori, vivaisti, appassionati e possedere sue proprie risorse e competenze.
Nel 2012–2013 è stato poi realizzato un nuovo impianto con il materiale già collezionato e con nuove introduzioni, dismettendo il vecchio vigneto.

Di ogni accessione si coltivano cinque piante, tutte innestate sullo stesso portinnesto ed allevate a controspalliera. Per una decina di vitigni che paiono di promettenti potenzialità enologiche, le parcelle comprendono 70–80 ceppi, in modo da permettere vinificazioni su piccola scala e, in futuro, la raccolta dei dati necessari a richiederne l’iscrizione nel “Registro delle Varietà” e l’idoneità alla coltura. Le accessioni infette con virus dannosi per la vite sono separate dalle sane mediante una zona di rispetto, in modo da ostacolare la possibilità di infezioni.
Oltre a servire alla conservazione di risorse genetiche spesso uniche, ormai introvabili altrove, la collezione ha una spiccata funzione didattica, per imparare a riconoscere per comparazione i diversi vitigni. Da anni infatti si svolgono nella “Collezione” corsi per studenti universitari e per tecnici deputati ai controlli varietali nei vigneti. La coltivazione di tutti i vitigni in un unico luogo e con le stesse modalità permette di fare valutazioni agronomiche, di rilevarne la composizione delle uve e le potenzialità tecnologiche in confronto con vitigni di riferimento regionali, nazionali ed internazionali. Il materiale coltivato è inoltre base ideale per studi di genetica, genomica, patologia, microbiologia, virologia, tecnologia enologica e per tutte quelle discipline legate alla vite che si avvantaggiano di un’ampia base di diversità genetica.

Situato nei terreni un tempo di proprietà dei Benso di Cavour, il vigneto di collezione raccoglie più di 500 varietà di vite, in gran parte vitigni minori e rari, spesso in via di abbandono se non ormai scomparsi dai vigneti commerciali.
I protagonisti ricercatori, “anima” di questo Progetto, sono Anna Schneider e Stefano Raimondi, impegnati da decenni a creare e mantenere quel vigneto ai piedi del castello. Oggi è vasto più di un ettaro dove, accanto a varietà di uve nazionali ed internazionali, sono presenti vitigni rari o che erano talvolta addirittura scomparsi dai vigneti ma con potenzialità interessanti: dal Baratuciàt alla Malvasia moscata, dalla Slarina alla Barbarossa, dal Pignolo spano al Cascarolo… solo per citarne alcuni.
Si tratta quindi di vitigni dimenticati che si tenta oggi di riproporre in coltura. Il primo nucleo fu impiantato all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso su segnalazioni e raccolte fatte dai contadini di ogni regione italiana e del Sud Europa. Sono conservati 500 vitigni diversi e 800 accessioni (ogni accessione è generalmente costituita da una parcella di 5, 10 piante).
Vengono inoltre fatte qui attività legate al mondo della vinificazione; corsi di riconoscimento della varietà per studenti universitari; rilievi e descrizioni morfologiche delle varietà per far sì che possano essere chiaramente identificate; attività per la caratterizzazione di alcune uve che sembrano essere più promettenti specie se rivolte al mondo produttivo degli attuali vignaioli.
Negli ultimi anni infatti sono stati scritti nel “Registro Nazionale” e quindi sono diventati coltivabili, vitigni che erano abbandonati e che possono essere utilizzati dai viticoltori per una produzione su scala economica interessante ed ampia. Il vigneto diventa quindi fonte importante per riscoprire nuove varietà e dare maggiori possibilità di coltivazione ai viticoltori che affronteranno nuovi mercati con proposte innovative.

Il “Comitato Vitivinicolo Regionale”, nella seduta del 17 marzo 2022, ha approvato l’inserimento di tre vitigni autoctoni tra le varietà di vite “in osservazione”, categoria introdotta dalla Giunta regionale nel 2020. Si tratta del Leseiret, un vitigno a frutto bianco testato, soprattutto in Alta Langa, negli anni Ottanta ed adatto in particolare alla produzione di spumanti per via della sua spiccata ricchezza acida. Al suo fianco c’è anche il Pignolo Spano, in pratica la Pignola valtellinese, varietà a frutto nero già coltivata nel passato in varie aree del Piemonte; in questo caso, si tratta di un fratello del Nebbiolo, con il quale condivide vari caratteri di qualità e valore. Come terzo, un vitigno prevalentemente coltivato in Val Borbera, un’area in altitudine nella parte meridionale dei Colli Tortonesi verso l’Appennino genovese: il Moretto grosso, una varietà a frutto nero.
Per accompagnare i vari vitigni nel percorso verso l’iscrizione nell’Elenco dei Vitigni idonei alla coltura in Piemonte, rimane strategico il lavoro svolto dalla Collezione ampelografica di Grinzane Cavour.
Nel caso specifico, i tre vitigni sono stati osservati costantemente nei campi della “Collezione” e quindi in tale ambito si può procedere alla loro sperimentazione viticola specie per gli sviluppi ulteriori che potranno derivare relativamente a vinificazioni sperimentali. È da ricordare che, per le norme vigenti, le varietà di viti che possono essere impiantate, reimpiantate o innestate per la produzione di uva da vino devono essere innanzitutto iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite e classificate come idonee alla coltivazione in Piemonte, intesa come unità amministrativa.
In ambito regionale, le varietà a loro volta sono distinte in: varietà idonee alla coltivazione, ovvero tutte quelle che partecipano a pieno titolo al circuito produttivo e varietà in osservazione, cioè quelle per le quali si stanno ancora effettuando alcune prove di attitudine alla coltivazione. Queste varietà possono essere destinate alla produzione e commercializzazione dei vini senza Denominazione d’Origine.

Il vantaggio di aver istituito questa Categoria di vitigni risiede nel fatto che, nel momento in cui sono dichiarate in osservazione, tali varietà di vite possono essere piantate e atte a produrre vino, partecipando anche ai tre anni di sperimentazione in vigneto e in cantina, che sono fondamentali per iscrivere le varietà all’Elenco dei vitigni idonei alla coltura nella Regione. Questo consente di velocizzare e potenziare in modo significativo l’attività sperimentale, facendo recuperare al vitigno ed al settore vitivinicolo alcuni anni rispetto al procedimento tradizionalmente seguito.

Le degustazioni dei primi campioni di questi vini sperimentali dell’annata 2021, in particolare del Leseiret, hanno dato ottimi risultati nel panel dei degustatori, formato da osservatori professionali e provenienti da numerosi Paesi nel corso del 2022.
Tra gli altri obiettivi primari della collezione vi è quello di avere una maggiore comprensione delle caratteristiche genetiche, morfologiche e agronomico-produttive soprattutto di varietà ancora poco note trasmettendo tali conoscenze al pubblico (viticoltori, aziende viticole e industrie enologiche, tecnici, vivaisti, giornalisti) tramite pubblicazioni e la predisposizione di schede dedicate su una banca dati on-line.
L’economia e lo sviluppo di un territorio passano anche e soprattutto da qui.

Istituzioni di riferimento e attività:
Responsabilità scientifica: CNR, Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (CNR-IPSP).
Supporto tecnico: Vignaioli Piemontesi.
Cure colturali: Istituto Enologico Umberto I di Alba.

Autore: Luigi Cabutto

Fonte: www.rivistasavej.it luglio 2026

Data compilazione scheda: 15 luglio 2026
A cura di DMF
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