IVREA (To). Città romana di “Eporedia”.
La colonia romana di Eporedia fu la prima fondazione in Piemonte a nord del P.
La colonia romana di Eporedia fu fondata intorno al 100 a.C. su un abitato celtico e fu la prima fondazione in Piemonte a nord del Po per controllare i valichi. Il nome, che secondo Plinio derivava dall’abilità degli allevatori di cavalli del luogo, potrebbe riportare anche a “città difesa da carri trainati da cavalli”, usanza tipicamente celtica.
Posta su un guado della Dora Baltea, su un terreno con forti dislivelli, non aveva la abituale pianta quadrata. Si è però potuto individuare il Decumano massimo, che correva a metà pendio della collina e su cui si affacciavano i principali edifici, posto sulla strada tra Vercelli ed i valichi della Val d’Aosta, che superava la Dora presso l’attuale Ponte Vecchio. Il Cardine massimo correva sull’altura del Castello e della Cattedrale ed usciva a sud superando la Dora con il Ponte Maior, sulla strada che porta a Torino.
Di Eporedia rimangono resti e ritrovamenti sporadici limitati dal fatto che la città medievale e quella odierna furono edificate sull’area di quella romana.
Le strade antiche sono tutte interrate, essendo di alcuni metri sotto il livello dell’attuale piano stradale. Nel 1969-70, in occasione degli scavi per la costruzione dell’hotel “La Serra” in Corso Botta venne alla luce un cardine largo m 6 che partiva dal Decumano Massimo. A lato della strada resti di strutture abitative e commerciali (“tabernae”) tardorepubblicane ristrutturate in età imperiale.
Della cinta muraria è incerto l’andamento, a sud probabilmente seguiva il corso della Dora. Un tratto delle più antiche opere di fortificazione, risalente al I sec. a.C., fu scoperto durante i lavori prima citati ad ovest di corso Botta: una doppia cinta muraria, alta circa m 6, formata da due muri paralleli spessi m 2,5 l’esterno e m 1 l’interno, separati da un cunicolo largo m 0,7 pavimentato con mattoni. Un tratto di circa m 210 si trova sotto il piano stradale di Via Siccardi, costruito a sacco e spesso m 1,20.
Delle porte non è rimasta traccia, probabilmente erano sull’asse delle attuali corso Palestro – via Arduino.
Dei ponti romani restano i basamenti verso monte del ponte vecchio attuale. Del ponte Maior, che aveva 10 arcate ed era lungo oltre m 40 e largo circa m 5, restano i basamenti ed i relitti delle arcate nella Dora.
A seguito dell’alluvione del 1977, presso Corso Umberto I all’altezza di Via San Francesco, venne alla luce un tratto di muro lungo m 167, in direzione est-ovest con basamento di palafitte di tronchi in quercia squadrati di lato m 0,25 e lunghi oltre m 3 a circa m 3,50 sotto il livello della Dora. La struttura era formata da palafitte poste a tre e tre, coperte da un tavolato di m 0,12; al di sopra vi erano lastre in pietra spesse m 0,25 e larghe m 1,50, legate con graffe di ferro fermate con piombo fuso. Sopra le lastre era stato eretto un muro a sacco rivestito da un intonaco in cocciopesto. Il muro era difeso dalle acque da lastre in pietra alte m 1,40 e spesse m 0,16.
Databile tra il I e Il II sec. d. C. (manufatti simili sono stati trovati solo a Londra e sul Reno), aveva probabilmente la funzione di banchina o elemento di difesa per la navigazione commerciale verso il Po.
Il foro era situato nella parte alta della città, presso la medievale cattedrale di S. Maria, dove è stata rinvenuta l’ara dedicata a Giove e riutilizzata nella cripta.
Il teatro, edificato tra il I e il II sec. d.C., con la cavea scolpita nella roccia sul lato ovest e sostenuta da murature sul lato est, è venuto alla luce all’inizio del 1800, durante alcuni scavi di ristrutturazione. Con il passare del tempo fu in gran parte demolito.
L’anfiteatro, edificato in età Flavia in un’area già occupata da una villa suburbana, sulla via per Vercelli, in prossimità della Dora, fu realizzato con una pietra granitica locale. Le gradinate della cavea sono sostenute da un terrapieno contenuto da tra anelli murari concentrici e, verso la Dora, da un muraglione rettilineo. Con l’asse maggiore che misurava quasi m 100, si presume che potesse ospitare da dieci a quindicimila spettatori.
L’anfiteatro eporediese è stato portato alla luce nel 1955 e, durante i lavori di scavo, sono stati rinvenuti molti frammenti di affreschi ed un lungo tratto di rivestimento in bronzo per le spalliere dei sedili del podio.
Un’ “insula” risalente alla prima età imperiale è stata ritrovata tra Piazza Balla e vicolo dell’Arco; nel 1982, durante alcuni lavori di scavo, sono emerse le strutture di due isolati urbani tra via S. Martino e via Cuniberti e nei giardini pubblici ai margini ovest dell’abitato.
Nei pressi della medievale Porta Vercelli sono state trovate le strutture di un grande edificio di età imperiale, rimasto in uso per molti secoli, probabilmente era un magazzino commerciale o granaio, “horreum”.
Vari sono stati i ritrovamenti di resti dell’acquedotto che, dal torrente Viona presso Andrate, arrivava nella parte alta della città; è stato individuato un tratto di 8 km fino a Maresco di Bienca. Dell’impianto idrico cittadino sono state scoperte grosse tubature in piombo in Via Arduino e in Viale Monte Sella e, in varie zone, brevi tratti di condotto in conglomerato e pietre sbozzate con copertura a botte e l’interno rivestito in malta fine. Nella vecchia Piazza d’armi una cassa in piombo con iscrizione latina fungeva da contenitore per un piccolo acquedotto locale.
Necropoli sono state individuate sulle strade per Vercelli, per Aosta e per Torino.
Luogo di custodia dei materiali:
I reperti di Eporedia sono, per la maggior parte, nel museo civico P.A. Garda.
Le lastre in bronzo provenienti dall’anfiteatro sono al Museo di Antichità di Torino.
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