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NICHELINO (To). Perfino i principini tennisti: sempre più ricco il percorso di visita della Palazzina di caccia di Stupinigi.
La straordinarietà della Palazzina di Caccia di Stupinigi, una delle residenze sabaude alle porte di Torino, risiede innanzitutto nella sua architettura, opera del genio dell’architetto messinese Filippo Juvarra (1678-1736) chiamato a Torino da Vittorio Amedeo II che in questo caso, contrariamente a quanto avvenne a Rivoli e a Venaria, fu libero di inventare dal nulla l’edificio che doveva sorgere nei prati dell’Ordine Mauriziano, cui ancora oggi appartiene.
Ma c’è un altro fattore unico che distingue la palazzina venatoria: il fatto che nei secoli abbia conservato decorazioni e arredi, la gran parte dei quali furono ideati da Juvarra stesso, che tra il 1733 e il 1734 fu il regista assoluto della decorazione interna, fin nei minimi particolari come testimoniamo innumerevoli disegni. L’architetto convocò a Torino molti artisti forestieri: il veneto Giovanni Battista Crosato, il francese Carlo Andrea Van Loo, i bolognesi Giuseppe e Domenico Valeriani e l’emiliano Gerolamo Mengozzi Colonna.
Alla morte di Juvarra, i lavori di Stupinigi procedettero per tutto il Settecento saldando le grazie del Rococò con quelle non meno squisite del Neoclassico. Protagonisti di questa seconda stagione furono i pittori piemontesi: Michele Antonio Milocco, allievo del Beaumont, Pietro Domenico Olivero, Vittorio Amedeo Rapous, il fratello Michele Antonio, Vittorio Amedeo Cignaroli, il viennese naturalizzato torinese Christian Wehrlin e Giovanni Francesco Fariano. Ma anche il luganese Giovanni Pietro Pozzo, il bolognese Giovanni Battista Alberoni e il lombardo Gaetano Perego.
I mobili e agli arredi sono di così elevato livello che la Palazzina di Caccia di Stupinigi è anche Museo dell’ammobiliamento con pezzi, sia originari sia provenienti da altre residenze, dei massimi ebanisti piemontesi: Luigi Prinotto, Pietro Piffetti, Giovanni Galletti, Giuseppe Maria Bonzanigo, Francesco Bolgiè, Ignazio e Luigi Revelli.
Per celebrare il centenario del museo non si poteva trovare modo migliore dell’arricchimento del suo percorso di vista: in ambienti storici restaurati sono stati così allestiti un nucleo di quindici dipinti dei lombardi Angelo Maria Crivelli, detto il Crivellone, e del figlio Giovanni, il Crivellino, tra i più apprezzati interpreti della pittura di animali e nature morte tra fine Sei e metà Settecento, e la collezione di ritratti dei principi sabaudi bambini, nucleo unico per qualità pittorica e valore storico, che documenta l’intento dei Savoia di affermare ruolo, rango e continuità dinastica già a partire dall’infanzia.
La Sala dedicata ai Crivelli era originariamente una piccola camera da letto dell’Appartamento del Re. Giovanni Crivelli fu chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli otto paracamini del Salone Centrale della Palazzina, ancora oggi in quella collocazione. Le opere esposte nella provengono invece dal Castello di Moncalieri e sono confluite a Stupinigi negli anni Venti, al momento della costituzione del museo. Documentano generi molto presenti nelle residenze sabaude: nature morte di selvaggina e di pesci, battute di caccia, paesaggi e composizioni floreali rese con estrema attenzione naturalistica, ma soprattutto animali colti in momenti di quiete e scene di cortile: tra gli altri, «Fagiana, galline e pulcini», «Fagiani e altra selvaggina di penna con gazza», «Pavone, conigli e fiori», «Pavone, conigli e quaglie» e «Pollame e conigli». Due opere di grandi dimensioni della stessa serie si trovano nello Studio del Presidente della Repubblica al Quirinale. Le tele sono state restaurate in tempi diversi da Nicola Restauri di Aramengo con fondi della Soprintendenza piemontese, dal Centro Conservazione e Restauro «La Venaria Reale» e da Open Care (Milano) grazie al contributo di Aon spa.
Nel Gabinetto di toeletta dell’Appartamento della Regina e nella sala successiva sono invece stati allestiti i 23 ritratti di bambini e infanti diretti discendenti della Casa Savoia o a essa correlati. I dipinti, che offrono un repertorio molto interessante per lo studio della moda e dell’iconografia fanciullesca tra XVII e XVIII secolo, sono opera di Francesco Cairo (attivo a Torino tra il 1633 e il 1639), Maria Giovanna Battista Clementi detta La Clementina (1690-1761) e Giuseppe Duprà (1703-84), ritrattisti alla corte sabauda, e di pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière (1656-1746) e Pierre Gobert (1662-1744), autori dei ritratti dei principi di Lorena.
Cairo è autore dell’opera che incuriosisce di più gli amanti del tennis, che con i successi di Sinner si sono moltiplicati in modo esponenziale, il grande ritratto di Francesco Giacinto e Carlo Emanuele II con racchetta da tennis del 1636. A Duprà si devono invece i dipinti che raffigurano i figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna. Un nucleo omogeneo è poi costituito dai ritratti dei figli che Carlo Emanuele III di Savoia ebbe dalle prime due mogli, Anna Cristina del Palatinato-Sulzbach e Polissena d’Assia. Si notino i piccoli, deliziosi, particolari, come la mela simbolo maschile, il cagnolino al guinzaglio, l’uccellino, le bretelle che servivano come aiuto per i primi passi, il piccolo fucile da parata, il collare dell’Ordine della Santissima Annunziata e la croce dell’Ordine Mauriziano, oltre naturalmente agli abiti, femminili anche per i maschietti più piccoli, arricchiti da piume, galloni, fusciacche, mantelle in ermellino e altri elementi di estremo interesse per chi ama la storia del costume.
La serie dei ritratti venne studiata per la prima volta in modo sistematico nel 1995 da Angela Griseri ed Elisabetta Ballaira con Federico Zeri, che diedero alle stampe un piccolo catalogo.
Il progetto di allestimento delle due nuove sale, basato sulle ricerche di Stefania De Blasi, è stato curato da Diego Giachello (Officina delle Idee) e realizzato da Paschetto s.a.s.
Autore: Barbara Antonetto
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 1 giugno 2026
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