TORINO. Il Centro Storico Fiat.
Una volta – neppure tanto tempo fa – Torino veniva definita la città dell’automobile o, più sbrigativamente, la città della Fiat. Definizione veritiera ed allo stesso tempo riduttiva perché Torino non è mai stata soltanto la città della Fiat. Ceat, Microtecnica, Lancia, Venchi Unica, Snia Viscosa, solo per citarne alcune, erano realtà industriali presenti e radicate in città con i loro insediamenti produttivi.
Erano realtà che sembravano solide, così come solidi erano gli edifici che spesso identificavano e si identificavano con il quartiere dove avevano sede.
Di queste aziende oggi rimangono soltanto gli edifici, quasi sempre adibiti ad un utilizzo diverso da quello di origine, privati dei marchi e delle insegne originarie. Sorte toccata anche agli insediamenti torinesi della Fiat che hanno mutato uso e proprietà. Oggi l’acronimo “FIAT” è rimasto sulla cimosa che sormonta la palazzina centrale del Lingotto, da tempo non più sede né proprietà dell’azienda.
Di quello che fu il primo stabilimento Fiat in corso Dante è rimasta parte della facciata, a dar lustro ad una serie di nuovi palazzi. Di fronte, un edificio un tempo sede di uffici aziendali è stato anch’esso riconvertito in civili abitazioni ed una scritta Fiat dipinta su una parete laterale ne ricorda le origini. Infine nello stesso tratto di corso Dante, la scritta Fiat rimane sulle cimase di una palazzina liberty che facilmente sfugge all’occhio di un passante distratto.
Quell’edificio fu il primo importante ampliamento della Fiat.
Nel verbale del Consiglio di amministrazione della Fiat del 10 marzo 1905 si legge che “[…] il Consiglio è chiamato a votare l’acquisto del terreno confinante a notte col corso Dante, a ponente con via Marochetti ed a levante con via Chiabrera per costruirvi il già progettato fabbricato per gli operai”. La palazzina venne realizzata nel 1907 su progetto dell’architetto Alfredo Premoli, che riuscì ad abbinare l’eleganza del liberty con una immagine di solidità che si addiceva ad un edificio industriale. E proprio negli elementi decorativi del liberty che appaiono nelle cimase sono inseriti a grandi caratteri le lettere della scritta FIAT.
Questo edificio, oggi sede del Centro Storico Fiat, rimane l’unico in Torino dove l’acronimo FIAT identifica una realtà aziendale ancora operativa. Inizialmente adibita ad officina di produzione e finitura, negli anni la palazzina venne utilizzata per scopi diversi: rimessa, magazzino e sede di rappresentanza e financo palestra aziendale.
Cento anni fa, nel maggio 1925, ospitò la presentazione della Fiat 509 e la carovana di vetture che aveva attraversato tutta l’Italia per promuovere l’evento.
Un po’ defilato e un po’ understatement – non potrebbe essere diverso in una città che i suoi tesori non li sbandiera ai quattro venti – il Centro Storico Fiat è noto soprattutto agli appassionati di auto d’epoca ed in genere a chi si diletta con la storia dell’industria.
La Fiat iniziò ad occuparsi in modo organico del proprio passato nel 1949, quando vennero celebrati i cinquant’anni dalla fondazione. Da allora la storia aziendale iniziò ad essere considerata un valore da mostrare e salvaguardare. Nei primi anni Cinquanta nelle cantine del Lingotto erano state ritrovate alcune casse contenenti dei motori. Si trattava dei prototipi dei diversi motori per aeroplani prodotti a partire dal 1908 e fino al 1943. Si decise allora di farne un piccolo museo dell’aviazione Fiat, che venne allestito in una delle sale espositive del Lingotto. Ai motori vennero affiancati dei modellini dei rispettivi aerei fatti costruire appositamente e per qualche tempo la Fiat ebbe il suo piccolo museo, sia pure limitato al settore aeronautico.
Esigenze di spazio comportarono però ben presto un diverso utilizzo della sala e il materiale venne tutto riposto, in attesa di tempi migliori. Tempi migliori che arrivarono all’inizio degli anni Sessanta con la decisione di Valletta di destinare a museo aziendale la palazzina di via Chiabrera.
A Torino esisteva fin dagli anni Trenta un Museo Nazionale dell’Automobile, realizzato e mantenuto grazie soprattutto all’attività di Carlo Biscaretti di Ruffia, del padre Roberto e di Cesare Goria Gatti, questi ultimi entrambi cofondatori di FIAT e dell’Automobile Club. Nonostante il nome altisonante – voluto da Mussolini – il museo aveva avuto vita stentata e sedi provvisorie.
Solo nel dopoguerra la Fiat e la famiglia Agnelli insieme all’ANFIA (l’Associazione nazionale dei costruttori di automobili) si impegnarono – anche finanziariamente – per promuovere la costruzione di una sede permanente e importante per il Museo. Arrivarono contributi da istituti bancari e società diverse ed il Comune di Torino mise a disposizione il terreno in corso Unità d’Italia. In attesa della nuova sede le vetture del Museo vennero ospitate nella palazzina Fiat di via Chiabrera. Il Museo dell’Automobile, intitolato a Carlo Biscaretti di Ruffia, venne inaugurato il 3 novembre 1960, in contemporanea con l’apertura del Salone dell’Automobile.
Nacque da qui, probabilmente, la decisione di realizzare anche all’interno dell’azienda Fiat uno spazio contenitore del patrimonio storico non in concorrenza con il Museo dell’Automobile ma che consentisse di salvaguardare la memoria di quanto fino ad allora aveva fatto l’azienda. La delibera di Valletta per la realizzazione di quello che inizialmente venne definito “Museo della produzione Fiat” risale infatti al maggio 1961, proprio mentre in città si aprivano le celebrazioni per il Centenario dell’Unità d’Italia (“Italia ‘61”).
La delibera indicava la sede – la palazzina di via Chiabrera – ed autorizzava una spesa di 75 milioni di lire per la sistemazione dei locali. Gli spazi effettivamente disponibili per l’esposizione – poco meno di 3.000 metri quadrati – non erano enormi considerando le diverse produzioni dell’azienda, che non riguardavano soltanto le automobili ma spaziavano dai treni agli aeroplani.
Nell’impossibilità di esporre elementi di grandi dimensioni si riprese la soluzione già adottata nel piccolo museo di motori aeronautici citato prima: quella di far realizzare dei modellini in scala per dare spazio e continuità alle diverse produzioni. Soluzione questa che consentiva da un lato di risparmiare spazio e dall’altro di meglio rappresentare l’evoluzione dei prodotti, anche quelli non più disponibili o reperibili. I modelli vennero realizzati con cura e professionalità lavorando sui disegni originali dell’epoca e rappresentano una collezione di pezzi unici di notevole valore storico.
Automobili ma anche aeroplani, trattori, treni, autocarri, autobus e persino sommergibili. Tutto – o gran parte di – quello che è stato prodotto dalla Fiat negli anni è stato miniaturizzato con cura e conservato. Fu questo il primo nucleo di quello che oggi è contenuto nella palazzina di via Chiabrera, insieme ad un certo numero di automobili e motori.
Come sovente accade, all’inizio si procedette con molto entusiasmo. Inizialmente definito “Museo della produzione Fiat”, fu da subito un museo aziendale un po’ sui generis. Venne data molta importanza al ripristino delle automobili ed al loro mantenimento in funzione in vista di un utilizzo futuro. Il primo restauro avvenne ad opera della Scuola Allievi Fiat nel 1963 e riguardò la Fiat 3½ HP del 1899. La vettura, una delle prime prodotte dalla Fiat, era stata ritrovata smontata e mancante di molti particolari della carrozzeria. Sappiamo che non fu un restauro facile e che l’intera carrozzeria dovette essere ricostruita basandosi sui disegni originali. Quell’esperienza rese evidente l’importanza di recuperare e conservare non solo gli oggetti ma anche la documentazione tecnica.
Il restauro non fu fine a sé stesso. Nel marzo del 1964 la Fiat 3½ HP era pronta e venne utilizzata durante un importante evento: l’inaugurazione del tunnel del Gran San Bernardo. Foto dell’epoca la riprendono alla testa di un corteo di automobili cariche di giornalisti ed autorità mentre percorre i quasi sei chilometri del tunnel.
Quasi dieci anni dopo la stessa 3½ HP fu la prima automobile a transitare nel viadotto sottomarino appena inaugurato che collegava Hong Kong al continente asiatico. Era il 1972. In tutti questi anni molte delle automobili della collezione Fiat hanno preso parte ad eventi e manifestazioni di ogni genere. Ad esempio la 500, la mitica Topolino, venne esposta al Louvre negli anni Settanta. Questo utilizzo delle automobili e di altri pezzi della collezione in chiave quasi pubblicitaria del marchio è già esempio del superamento del concetto di museo aziendale.
Il passo successivo fu quello della realizzazione di un “centro storico” capace di raccogliere e conservare anche il materiale documentale, dai disegni tecnici alle pubblicazioni commerciali. La definizione di “centro storico” non è casuale e si discosta anche in senso filologico da quella di “museo”, per lo più finalizzato alla raccolta e conservazione di oggetti, collezioni o documenti a testimonianza di un passato. In un centro storico la conservazione e catalogazione delle diverse espressioni documentali, culturali e di prodotto sono volte ad una fruizione estesa e continuativa all’interno ed all’esterno dell’azienda. Con questo obiettivo l’archiviazione dei documenti relativi al prodotto ed all’area di produzione spazia dai disegni tecnici, ai risultati delle prove dei prototipi, alle schede di omologazione, ai libretti di uso e manutenzione o manuali riparativi fino ai cataloghi commerciali ed alle note stampa, andando poi a comprendere anche la documentazione su produzione e siti produttivi.
Un’azienda è fatta di uomini e donne e dunque anche la documentazione relativa al personale è importante, così come lo è quella relativa all’evolversi dei rapporti con i sindacati, con i fornitori e le mutazioni societarie. Diventa dunque importante un archivio non limitato ai documenti riguardanti il prodotto, ma che comprenda tutti gli aspetti dell’attività aziendale per poterne “leggere” l’andamento nel tempo.
Queste sono state le premesse che hanno portato negli anni alla realizzazione del Centro Storico Fiat, ad un tempo archivio e museo.
La raccolta e la catalogazione del materiale non è stata fine a sé stessa, ma vissuta come il supporto all’attività quotidiana dell’azienda per il recupero delle esperienze passate o più semplicemente per l’attività di un ufficio stampa. Così il “Museo della produzione” voluto da Valletta si è progressivamente modificato e trasformato. Insieme alla collezione ed alla raccolta dei documenti cresceva anche la volontà di “mostrare” all’esterno la storia della Fiat. La palazzina entrò ben presto a far parte del circuito delle eccellenze da mostrare ai visitatori della Fiat, addetti ai lavori o personaggi famosi che fossero. I locali di via Chiabrera divennero un luogo di comunicazione e di immagine e anche luogo simbolo dell’azienda, da utilizzare per evidenziare l’importanza di un evento.
Le potenzialità del Centro Storico come sede di rappresentanza della Fiat non erano sfuggite alla perspicacia della mitica Maria Rubiolo, responsabile della Direzione Stampa (anzi Direzione Stampa e Propaganda, come si chiamava in quegli anni). La Rubiolo già nel 1964 aveva posto l’attenzione sulla struttura evidenziandone l’importanza e suggerendo con la consueta determinazione di completarla con la costruzione di un annesso edificio da utilizzare come sala conferenze ed accoglienza. Il primo utilizzo ufficiale dei locali del Centro Storico risale al 1965. L’occasione fu la presentazione delle Fiat 850 Coupè e Spider.
In quel periodo si stava definendo il contratto Fiat-U.R.S.S. che portò poi alla costruzione dello stabilimento Fiat di Togliattigrad ed alla produzione della 124 in Unione Sovietica. I lavori per la stesura dell’accordo si conclusero nel 1966 e furono le sale del Centro Storico Fiat a ospitare la due delegazioni per la storica firma, presente anche il ministro degli Esteri russo.
Nel corso degli anni, personaggi ben più noti di un ministro hanno fatto visita al Centro Storico. Attori e politici, molte “celebrità” di diverso genere che venivano in visita alla Fiat erano accompagnate al Centro Storico, vuoi per una facile illustrazione della storia aziendale vuoi per un utilizzo in chiave documentale e pubblicitaria dell’evento. Di queste visite oggi rimane ampia traccia in una serie di immagini esposte nelle sale dell’edificio. È significativo anche il fatto che per molti anni il Centro Storico sia stato utilizzato come sede istituzionale per l’annuale assemblea degli azionisti Fiat.
All’inizio ci si era impegnati nel completamento degli oggetti della collezione – i vari prodotti della Fiat – e nel recupero del patrimonio documentale. Con gli anni apparve chiaro che la salvaguardia del patrimonio storico aziendale e la sua valorizzazione richiedevano interventi strutturati ed in collegamento con tutte le società del gruppo. Prese forma così il Progetto Archivio Storico che razionalizzò e – mi si passi il termine – “industrializzò” il processo di individuazione, raccolta, catalogazione e conservazione dei documenti delle varie società del gruppo. Il Progetto Archivio Storico portò anche alla realizzazione di interessanti opere editoriali di vario tipo, come la pubblicazione dei verbali dei Consigli di Amministrazione dei primi 30 anni della Fiat e di volumi fotografici con immagini tratte dall’archivio Fiat.
Quello delle immagini è un altro dei “mondi” contenuti nella palazzina del Centro Storico Fiat: 6 milioni di immagini. Un numero che si percepisce elevato, ma che da solo non dice tutto. Perché in realtà l’archivio fotografico è davvero un “altro mondo”. Per l’età e la tipologia delle immagini innanzi tutto. Si va dalle vecchie lastre di vetro dei primi anni del Novecento alle migliaia di diapositive a colori. Centinaia di album tematici ripercorrono le storie di un’azienda e di un’epoca. Tutto o quasi accuratamente catalogato, archiviato e reso disponibile.
La ricerca delle immagini di un prodotto o un evento fa sì che naturalmente ci si concentri e si perda il senso generale, così come in una biblioteca ci si indirizza a quello o a quei titoli di interesse immediato. È quello che ci succede quando andiamo in una biblioteca o in un archivio per fare una ricerca. Se proviamo a guardare l’archivio fotografico con un occhio diverso – quello di un visitatore appassionato o magari di un bambino – ci rendiamo conto di quanto questo sia vasto e “universale”, pur essendo sempre legato a Fiat. È normale scoprire fotografie di automobili, mezzi militari, aeroplani, stabilimenti e corse automobilistiche. Lo è di meno scovare fotografie – magari risalenti a cento anni fa – di uomini e mezzi al lavoro nelle foreste o nelle cave, di re e personaggi famosi, di edifici e città situate dall’altra parte del mondo che in apparenza poco hanno in comune con l’archivio di un’azienda che produce automobili.
Sotto gli occhi ci passano immagini dei lavori di costruzione di grandi dighe in paesaggi africani o asiatici, di stabilimenti o piccole stazioni di servizio nei paesi più remoti, di uomini e donne di ogni etnia al lavoro nei luoghi più diversi. Scorrere uno dei tantissimi album o aprire una vecchia busta piena di immagini significa davvero entrare in un mondo sconosciuto ed emozionante, che “prende” anche chi non lo fa per la prima volta.
E non finisce qui, naturalmente. Come in un inferno – o meglio un paradiso – dantesco si susseguono i gironi, così succede al Centro Storico.
L’archivio della videoteca con parecchie centinaia di ore di filmati storici conserva un altro pezzo di vita dell’azienda ed insieme quella dell’Italia. Anche in questo caso le immagini spaziano dalle fabbriche di aeroplani ai bambini che partono per le colonie estive destinate ai figli dei dipendenti.
L’archivio è inoltre arricchito da una biblioteca di circa 5.000 volumi sulla storia aziendale, su quella dei mezzi di trasporto, delle imprese industriali e del lavoro. Raccolte delle riviste più disparate, da quelle automobilistiche a quelle scientifiche pubblicate in lingue diverse sono ben conservate per annata nelle rilegature di pelle.
Gli amanti dell’arte grafica possono invece perdersi nel “girone” dei manifesti e dei bozzetti pubblicitari. Oltre alla sezione esposta, sono conservati circa 1.300 bozzetti di varia provenienza ed argomento. Alcuni rappresentano studi non realizzati, altri sono divenuti celebri manifesti pubblicitari, come il primo manifesto di Carpanetto datato 1899.
Completano il patrimonio archivistico gli oltre 400.000 disegni tecnici di quanto prodotto dal 1899 al 1981 circa e alcuni fondi specifici di Fiat, Lancia, O.M., Fiat Aviazione, Sorin biomedica raccolti in circa 9.000 metri lineari di archivio.
La palazzina del Centro Storico Fiat di via Chiabrera contiene tutto questo.
È più di un museo, più di una biblioteca. Soprattutto il Centro Storico Fiat va oltre l’azienda Fiat: è il contenitore della storia e della documentazione di una città e della sua crescita industriale. Un luogo unico, dove contenitore e contenuto sono un tutt’uno inscindibile, un pezzo di storia di Torino racchiuso come in una bolla. Questo concetto della unicità di contenitore e contenuto è stato riconosciuto anche dalla Soprintendenza Belle Arti e Archeologia del ministero della Cultura che ha definito “meritevoli di tutela l’immobile ed il complesso dei beni culturali inscindibilmente pertinenziali”.
Per alcuni anni – complice anche il Covid – il Centro Storico Fiat è stato chiuso al pubblico se non in occasione di qualche mostra come quella che nel 2024 ha ripercorso la storia dell’industria aeronautica piemontese dalle origini allo spazio. Ora è nuovamente aperto e visitabile, grazie ad una operazione di gemellaggio con il Museo dell’Automobile a cui è stata affidata la gestione. Accadimento certamente positivo, che ne aumenta notevolmente la visibilità e la fruibilità da parte del pubblico, ma non privo di aspetti controversi.
Una gestione troppo orientata a quelli che oggi sono considerati aspetti premianti di un museo (attrarre visitatori con allestimenti moderni ed un continuum di mostre allo scopo di mantenere costantemente elevato il numero degli ingressi) rischierebbe la frantumazione di quella “bolla” che racchiude la storia industriale della città così come riconosciuta anche dalla Soprintendenza.
Tutte le immagini presenti nell’articolo provengono dall’Archivio Storico Fiat.
Autore: Giuseppe Capirone
Fonte: www.rivistasavej.it ottobre 2026
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